— Mai! e lo fissò in faccia rimproverandolo.

Egli sogghignò mestamente.

— Sapevo che non mi amavate, poichè me lo avete detto più volte, ed avrete forse ragione, ma avete torto di non suppormi abbastanza gentiluomo per rispettarvi in casa d'altri. Venite, ho bisogno di parlarvi: sono forse le ultime parole che vi dirò; le ultime parole di un moribondo dovrebbero essere sacre per una donna.

Mimy fu intenerita: conosceva Giorgio coraggioso, e quell'allusione al pericolo di essere ucciso domani non veniva certo da affettazione romantica o da teatrale jattanza.

La porta era a due passi, il gabinetto esso pure destinato alla festa: Giorgio instava, poteva morire domani... Mimy cedette.

Entrarono rapidamente, cautamente senza chiudere il graticcio, ma egli che voleva un colloquio assolutamente libero, vedutasi innanzi un'altra porta afferrò un candelliere, e profittando del movimento repentino di Mimy la spinse innanzi, aperse la porta, fu nell'altra stanza e prima che ella avesse tempo di riaversi aveva diggià rinchiuso a chiave.

— Mimy, le disse appressandosele, abbiamo pochi momenti: domani mi batto per te; non è un rimprovero, sono contento di battermi per te.

— Giorgio! mormorava sottraendosi ancora incerta di sè medesima e della situazione.

— Oh! ti rispetterò, non temere; Mimy, ti amo, ti amo sempre, più di quando ero il tuo amante; mi è d'uopo ridiventarlo o morire. Più volte hai riso di questa parola: ebbene, mi batto, e se non giuri adesso di amarmi... no, è troppo, di lasciarti amare, ti giuro che mi lascio ammazzare.

Il suo aspetto era così appassionato, gli tremavano così la voce e gli sguardi, che bisognava credergli questa funesta risoluzione.