Giulietta taceva e piangeva. Mai la sua padrona era stata così angosciata; la buona fanciulla s'affliggeva di non poterla soccorrere. Se si fosse trattato di un sacrificio, di soffrire lei... volentieri! ma quel dolore non lo comprendeva e si trovava come sulla sponda del canale, entro cui l'altra annegava senza poterle allungare abbastanza la mano perchè vi si rattenesse.
Poi anche i singhiozzi cessarono e Mimy cadde in una immobilità di statua: Giulietta non osò di chiamarla. Attese un pezzo, ma come l'altra non rinveniva finse di ritirarsi, lo stratagemma riuscì; Mimy si destò di soprassalto e riconoscendola:
— Va a letto, mormorò, deve essere tardi.
— Mi lasci qui nella sua camera: starò vicino al suo letto, se avrà bisogno...
— Buona! rispose considerandola con malinconica tenerezza: va, poveretta. Non voglio che tu soffra per me; soffro io per tutti.
— No, vada là: non le domanderò più nulla. Questa notte può sentirsi male; io sarò lì.
— Ma che cosa farai fino a giorno?
— Starò in un angolo dietro la tenda, se non mi vuol vedere.
Questa prova di amore fece bene a Mimy, ma ancora troppo sconvolta per abbandonarvisi aveva bisogno di essere sola, di non essere più nel mondo. Giulietta dovè ritirarsi: uscì lentamente e sulla porta si rivolse con un'ultima speranza. Mimy la attirò con un gesto:
— Dammi un bacio, Giulietta.