Mimy la baciò sulla fronte e entrò quasi tragicamente nella sua camera. Il suicidio le aveva gettato improvvisamente la propria ombra sull'anima.

Morire!

Profondarsi nelle tenebre e nel silenzio... Dall'orlo estremo della roccia, sulla quale già irrompeva la lava in onde di fumo e di fuoco, spiccare un salto e giù nell'abisso: più nulla, eternamente più nulla. L'anima inseguita s'affacciava alla roccia e si arretrava affascinata dalla calma infinità di quel vuoto. Perchè attendere l'onda fiammeggiante, sentirsi ardere i piedi, gli stinchi, i ginocchi, non avendo più nello spasimo la forza di gridare e conoscendo che ogni grido sarebbe perduto? No, meglio laggiù: spiccare un salto, e nella rapidità della caduta il vento vi spoglia di ogni veste e l'anima si perde atomo bruno nell'immensità della tenebra.

Appena nella camera, Mimy ritrasse le cortine dal letto e lo considerò.

— Morta!

Si assise sulla sponda pensando.

Quella idea del suicidio, travoltale nella mente dalla fiumana del dolore, ella l'aveva afferrata colla disperazione del naufrago. Adesso si sentiva più calma, non piangeva, non singhiozzava più: morire... tacere per sempre. In quella sfinitezza pregustava già la quiete ineffabile del sepolcro. Le pareva quasi di essere morta, poi di morire ancora avanzando per le regioni della morte solo per sentirsi sulla fronte la blanda frescura del loro tacito vento. Era vestita di nero, camminava per una landa; il vento le respingeva le vesti e i capelli, camminava sospinta da una forza muta...

Così di fantasia in fantasia perdeva la coscienza della realtà e la placidezza dell'anima trasfondendosi nei sensi ne calmava i nervi torturati. Divagò, si allontanò oltre ogni confine, ogni paese e finalmente si ritrovò dinanzi al mondo, dal quale si era precipitata, senonchè questa volta le parve meno terribile: quindi il suo pensiero risalì la roccia. Il vulcano fumava ancora, ma la lava si era indurita sul terreno. Colla mesta curiosità dell'esule guardò i siti abbandonati, mentre la memoria dei patimenti sofferti ripalpitava come un'eco; l'eco crebbe mano mano, più patetica, armoniosa, finchè una musica vi si confuse distendendovisi mollemente. Mimy ascoltò. Le parole non s'intendevano, ma le note si esprimevano meglio che le parole — quella musica la conosceva, era di Mariani e si doleva per lei. Mimy ascoltava. La musica si appressava: fremiti improvvisi le passavano quali colombe sulla fronte inseguiti da qualche nota acuta come gridi erompenti da quella ineffabile querela; poi la musica si abbassava simile ad un velo che la rugiada spruzzava di lagrime, s'abbassava più lenta... cadeva a lembi; Mimy pure abbassava il capo, i capelli le piovevano dalla fronte, non vedeva, non udiva più nulla... piangeva!

Si trovò che piangeva senza affanno; ma la realtà riapparve bruscamente e l'anima, che dianzi aveva imprecato, cadde sulle ginocchia e mormorò la preghiera della rassegnazione. Ma perchè piangere tanto su ciò che era irreparabile? Non lo sapeva che il fantasma della felicità era un fantasma di nebbia e doveva sciogliersi si levasse il vento o raggiasse il sole? Amare una donna e pretendere che questo errore di cuore e di sensi non avesse mai a dissiparsi! Certo ella aveva amato: aveva vissuto per amare, morirebbe d'amore — triste destino! Morire d'amore senza avere altrimenti amato che come l'infermo partecipa dalla finestra alla gioia di primavera folleggiante sui prati e sui colli...

Era rassegnata, ma sentiva tutto lo sconforto della rassegnazione. Fanciulla, aveva amato una stella: giovinetta, suor Maria; donna la marchesa, ed ora che l'anelito dell'amore le si era confuso coll'anelito della vita la stella non si vedeva più confusa nella folla scintillante del cielo, suor Maria, mistico fantasma, sognava prigioniero in una cella di Fognano e la marchesa si allontanava corruscante di bellezza e di maledizione come una cometa. Ma perchè la cometa fuggiva la vista del fiore, che chiuso ai soli dell'inverno e dell'estate non erasi aperto se non al suo raggio fatale?