Era smorta e patita nella faccia.

— Povera Mimy! esclamò passandosi il fazzoletto sugli occhi ancora gonfi di pianto.

Si guardò attorno: era dunque vero che fuggiva?

Non ci volle pensare.

Aveva paura di rifletterci: pensò invece a mille cose. Ah! prima di tutto il suo giornale: voleva pigliarlo seco, era una parte di se stessa, la coppa nella quale aveva raccolte tutte le sue lagrime e gittati i suoi pochi sorrisi. Andò ad uno stipetto e ne trasse un cassettino, nel quale, premendo una molla, scoprì un doppio fondo. Tutto il giornale consisteva in cinque o sei fascicoli legati ognuno con una cordicella di seta nera: perchè nera? Li prese, ne fe' un rotolo e lo mise nel manicotto. E poi?... Mille idee, mille oggetti le ritornavano alla memoria: scappò nel gabinetto, ove dalla finestra pendeva fra le tende il suo canarino.

Il grazioso animaluccio dormiva colla testa nascosa sotto un'ala. Che cosa sognava mai quella creaturina dalle penne d'oro e dal canto melodioso, adesso che la padrona veniva a salutarlo per l'ultima volta? Mimy riparò il lume colla mano, perchè la vivezza di un raggio non avesse a destarlo. Quanta calma in quel sonno! perchè noi stessi non siamo buoni come i canarini e non possiamo vivere contenti di una gabbia? Quel sonno l'affascinava... Ella dove andava? Dove?...

Le fu d'uopo di uno sforzo per sormontare la corrente dei pensieri, che minacciava trascinarla, ma vi riuscì. A passo lento e sospeso per non fare rumore, sempre colla mano riparando il lume, rientrò nella camera. Ah! s'era dimenticata: tornò allo stipo, aperse un altro cassetto e cavandone un cofano se ne cercò addosso la chiave: non l'aveva. Era d'oro e pendeva come ciondolo dalla catena dell'orologio obliato. Era il cofanetto delle gioie. Ne levò una ad una le diverse guarnizioni cercando nel fondo un pugnaletto col fodero di velluto e il manico di agata. Lo aveva comprato per un costume da ballo, ma la lama era di Lollini. Se lo mise in seno. Quando il cofano fu vuoto lo rovesciò e coll'ugna ne cavò la lastra: sotto stavano tutte le lettere della marchesa; le intascò. E allora? Quelle gemme erano troppe per portarsele via e non avevano pregio per l'anima: pensò di regalarle a Giulietta, la sola creatura che non le avesse mai recato un dolore. Quindi le rinchiuse nel cofanetto, lasciandovi la chiave, e scrisse un altro biglietto per la fanciulla.

«Buona Giulietta,

«La tua padrona ti regala queste gioie; le terrai coi coralli della mamma. Non piangere se non ci vedremo più, ed amala sempre la tua padrona.

«Mimy.»