«Non so che cosa vi dirà il cuore quando questa lettera vi sarà presentata, non so nemmeno se l'aprirete o se gettandola da lato chiuderete la porta ai pensieri, che volessero parlarvi di me: ma il destino m'impone di scrivervi, e scrivo. Nella vita non ho traversato ora più terribile di questa, nè mai la penna mi ha tremato più convulsamente fra le dita. L'uragano m'imperversa con tale violenza nel cuore, che parmi quasi intendere d'istante in istante spalancarsi la finestra ed entrare la bufera. Di dove incominciare? Che cosa vi dirò adesso che il torrente è precipitato in mezzo a noi e ci separa? La sua piena, che svelle i massi e sradica i faggi, non può arrestarsi al cenno supplichevole o altero della mia mano, essa rugge più del leone, come il leone squassa a volta a volta la spumante criniera, pronta come il leone a divorare l'audace o lo sciagurato che vi cada... Non importa, mi vi debbo lanciare... e voi, che veggo bella e tenebrosa sull'altra sponda, se non avreste ascoltato le parole che vi avrei detto dalla mia, ascoltate il grido che vi mando travolta fra l'impeto e la minaccia delle acque.

«Adesso, lo so, siete nella vostra camera, sola e piangete... Oh, ve ne prego per la pietà di quanto nel mondo è bello e sventurato, non piangete. Le vostre lagrime sono come macigni che avvallino dalle cime delle Alpi e mi piombino addosso e mi sfracellino. Non piangete, ascoltatemi. Se nel passato venni mai a passeggiare pei boschi odorosi della vostra immaginazione; se il vostro pensiero ha mai seguito la traccia de' miei passi; se il vostro desiderio ha mai confuso il suo alito coll'alito del vento nei veli della mia fronte; se fra il sorriso dell'azzurro celeste e il sorriso più bello di migliaia di fiori vi apparvi mai bella; se qualcuno de' miei canti è passato mai sul vostro cuore e ne ha destato gli echi del cielo che dormivano; se mai vi piacqui un istante e scomparendo fra la folla degli altri fantasmi mi rammaricaste perduta — ascoltatemi adesso, e ordinando all'orgoglio, come ad un cane troppo ringhioso, di accovacciarvisi ai piedi, ascoltate il mio racconto come ascoltereste il racconto della fanciulla che Heine, il vostro grande poeta, osservava affascinato in fondo all'oceano, seduta alla finestruola della casuccia neerlandese.

«Avevo creduto che ci fossimo comprese senza troppe spiegazioni e mi sono ingannata; o Dio, geloso di un amore assai più grande della sua creazione, ha ingannato me e voi. Perchè un abisso si è sprofondato fra noi e, invece di camminare l'una al braccio dell'altra, stiamo nell'attitudine di due sentinelle nemiche sull'orlo dello stesso confine? Perchè i nostri cuori non battono più la stessa musica e le nostre idee fendono con volo disordinato il cielo verso punti contrari?

«Siamo solamente infelici, o siamo anche colpevoli?

«Osiamo essere franche.

«Comunque sia del nostro avvenire, l'amore è stato in mezzo a noi. Ci teneva ognuna con un braccio alla cintura e così sostenute abbiamo camminato qualche tempo colla leggerezza della nuvola. Ci siamo amate, perchè vicine i nostri cuori si intendevano sempre o nel silenzio o fra il vano cicalìo delle convenienze; perchè lontane i nostri pensieri s'incontravano sempre o volassero nel cielo della speranza come due colombe o nuotassero nell'oceano del dubbio siccome due naufraghi; ci siamo amate in ogni sentimento dell'anima, in ogni fibra del corpo, amate dappertutto, là negli splendidi paesaggi della fantasia, nelle calde oasi dei sensi, nelle valli poetiche del cuore.

«Se i nostri occhi cadevano sopra un quadro o sopra un fiore, trasalivano della stessa emozione: la musica ci rapiva sempre unite in un'onda, la poesia ci parlava il medesimo linguaggio e le rispondevano le medesime parole. Forse mai, dacchè il soffio di Dio accese il fuoco nel sole, due raggi se ne spiccarono e piovendo per lo spazio si riconfusero, come i nostri due spiriti nelle loro passeggiate pei giardini della passione...

«Vi ricordate il nostro primo incontro a Rimini, alla porta dello stabilimento, che dava sul mare? Voi arrossiste come una fanciulla al primo sguardo di un uomo, io palpitai come non avevo mai palpitato. Vi cercavo da cinque anni; vi avevo trovata. Come mi sembraste bella nell'ebbrezza del mio trionfo!

«Io che mi ero affannosamente costruita una diga intorno al cuore, perchè nessuno venisse a specchiarsi nel suo lago e a pescarvi; che avevo dovuto ogni giorno alzarne ed ingrossarne le muraglie, che avevo vissuto tanto tempo nello spasimo d'imprigionarvi le onde della vita temendo pur sempre che ne sfuggissero... allora colle mani tremanti di gioia rovesciai la diga, l'acque dilagarono trascinandomi e nessun naufragio fu più voluttuoso del mio, ma, ahimè! avrei dovuto morirvi. Vi amai e vi volli.

«Cercai di conoscervi. Anelavo di scoprire il vostro spirito, non perchè dubitassi di trovarlo meno bello della vostra persona, ma anelavo di conoscerlo come si anela di baciare la bocca che ci ha confessato l'amore. Ci parlammo... Una sera che la luna era limpida come lo splendore dei vostri occhi e che il mare si era addormentato in quel lume vi trascinai lungo il lido: vostro marito ci seguiva con un altro signore in distanza, potevamo quasi credere di essere sole. Vi feci sedere sulla mia mantellina e vi dipinsi col linguaggio indolente della fantasticaggine una fuga. Mi credetti compresa poichè vi vidi tremare: esultai. Una donna plebea avrebbe giudicato ridicolo il mio sogno: voi lo rammaricaste impossibile. Non avevo quindi che a procurarne le circostanze.