«Badate, signora, al racconto che vi faccio: non vi nascondo nulla, e se, leggendolo, immaginerete solo quanto soffro a scriverlo, avrete pietà di me.
«Vi feci quindi la corte, e vostro marito la fece a me. Ebbi torto di accettarla per servirmene a spronare il vostro affetto: donna, dovevo astenermi da una manovra resa oramai grottesca dall'abuso immemorabile che gli uomini ne hanno fatto; non dovevo io, che vi disputavo loro, usare le stesse maniere, e poichè il mio amore era più nobile e più delicato coprirlo di così abbiette apparenze. Ebbi torto e forse adesso ne sconto la pena. Ma se innamorata come donna non lo fu mai e capace delle audacie più perigliose come dei sagrifici più difficili, invece di circuirvi ignobilmente fossi un giorno venuta a dirvi: Mimy, siate la mia amante; che cosa mi avreste risposto? Non anticipiamo sulla fine. Vi ho offeso e vi domando perdono colla fronte, che non si era ancora piegata, stesa nella polvere.
«Sapendo che partireste a giorni per ritornare da Rimini alla vostra villa, partii prima di voi improvvisamente e così potei scrivervi. Quante cose si scrivono che non si dicono! Trovai un casino non molto lontano dal vostro, e là vi attesi. Veniste, vi chiesi un abboccamento misterioso e cominciarono i nostri colloqui. Quanta poesia in quelle brevi passeggiate del vespero su pel viale, che menava alla parrocchia! Voi fanciulla io donna tremavamo ad ogni stormire di fronda, ci guardavamo dietro, consultavamo le ombre e le svolte; i baccelli delle acacie urtandosi fra loro ci comunicavano ineffabili paure: perchè? Ci stringevamo la mano, poi ad una parola improvvisa i nostri due spiriti spiccavano il volo... e lungi, lungi. Molte volte fui tentata di sedurvi, ma resistei. Benchè lasciandomi corteggiare da vostro marito mi fossi cacciata per una falsa via, non ero così pervertita da correrla tutta. Sicura del vostro amore, volevo attendere che acquistasse la coscienza di sè e si interrogasse per interrogarlo alla mia volta.
«Mi amavate, concepivate che due donne potessero amarsi più di due uomini, ma che potessero romperla colle convenienze e colle istituzioni, romperla colla natura, diciamola questa parola che fa rabbrividire i pedanti, e unirsi in una sola vita... ignoravo se arrivaste fin lì. Vi osservavo abbandonarvi fidente alla simpatia che vi inspiravo; vi vedevo fremere alle audaci parole che vi andavo lanciando sulla condizione della donna, e nulla più. In un'anima infantile come la vostra, e m'ingannavo, la coscienza di un amore come il mio doveva produrre un immenso tumulto. Non vi scopersi il tumulto, non vi supposi questa coscienza e non volli con arte affrettarne lo sviluppo.
«Dio, fu detto, è paziente perchè è eterno: io ero paziente perchè ero innamorata.
«Ma soffrivo. Le carezze dei vostri sguardi, le moine della vostra voce, il vento di un vostro sospiro mi facevano battere il cuore colla violenza di un maglio sopra un'incudine. Mentre vi parlavo mi obliavo sognandovi: studiavo la purezza della vostra anca, indovinavo la forma del vostro seno, e dal piede salendo su per lo stinco mi perdeva nel buio e nella febbre... Se sapeste quante volte avrei voluto ricevere una ferita perchè voi mi spogliaste... Quella volta che vi appoggiai il capo sulla spalla, ero quasi vinta: l'aria era troppo ardente, voi troppo bella. Ma appena ero sola mi volgevo i più acerbi rimproveri, strapazzavo la mia anima fangosa come un negriero può in un eccesso di vino strapazzare uno schiavo, e tornavo a giurarmi che non vi sedurrei. O tutta mia e sempre mia, o nulla. Eravate la vita per me; o la vita o la morte, non agonia, non possesso diviso, non amore smezzato. Voi la mia amante e la moglie dell'avvocato! Questa idea mi pareva più assurda che l'altra di potere un giorno non vi amare. Aspettavo e fidavo.
«Vostro cugino ritornò da un viaggio. Quando lo ebbi conosciuto tremai. Era una grande natura. Non so perchè, voi gli piaceste allora la prima volta e cominciò a corteggiarvi per calcolo, finendo ad innamorarsi davvero. Mi ritirai. Avrei potuto disputarvi, perchè il mio spirito e il mio ingegno non erano minori del suo, e spesso la vanità mi spingeva alla lotta, ma l'amore trionfò della vanità. Indietreggiamo, mi dissi: ella mi conosce abbastanza, lasciamole la scelta; forse, costretta a discutere l'adulterio, apprenderà la coscienza del mio amore.
«Diradai quindi le mie visite, resistei a tutti gli sforzi dell'avvocato e mi allontanai, mentre egli diveniva ogni dì più assiduo. Sola nella mia villa pensavo a voi notte e giorno, immaginando che foste sempre sul punto di cedere. Nei giorni della passione la Madonna non ha sofferto la metà delle mie torture! Volevo sempre vedervi, facevo attaccare la carrozza, sellare i cavalli, poi tornavo in camera e mi vi serravo.
«Finalmente le forze mi si logorarono e partii per Bologna sperando di affrettare la catastrofe. Vostro marito mi aveva prevenuta mi vi aspettava con voi. Non vi dirò le mie pene per evitarvi: non volevo incontrarvi per non sillabarvi lentamente sul volto la mia sconfitta o la mia vittoria; era questa una pena umanamente insopportabile. Ritornaste in campagna, io dopo: avevo perduto. Il conte era stato veduto di notte a braccetto con un suo paggio; indovinai che foste voi, ebbi ancora la bassezza di spiarvi e vi riconobbi. Venni a visitarvi. Eravate triste, e il cuore mi disse che foste stata più soggiogata che sedotta. Ciò calmò la mia disperazione.
«Venimmo in città e mi confermai nel sospetto. Ogni dì vi facevate più pallida e più bella; eravate meco vergognosa, fra noi nessun ricordo di Rimini, dei primi convegni, delle passeggiate segrete. Non ridevate più: la vostra toeletta era trascurata, ancora più triste del vostro volto.