Mimy comprese l'amarezza di quel complimento, e se ne inebbriò; Zisa era forse la schiava prediletta della marchesa e confessava di essere meno bella. Per quanto buono, il suo cuore dovette esultare del trionfo.
Quindi la mora andò alla parete di contro e ne scostò un ramo scoprendo uno stipo meraviglioso, fornito di tutti gli oggettini che servono alla toeletta di una signora. Prese un vasetto d'oro, greco nello stile, e ritornando a Mimy la cosparse di una polvere candida e odorosa; poi cavò una veste di raso bianco dentro e fuori, tepida forse per la vicinanza di un calorifero nascosto, e gliela indossò. Quindi le si inginocchiò ai piedi per forbirli con uno scopettino e una lima di avorio.
Mimy fe' un movimento, così che Zisa inginocchiata sopra un ginocchio solo perdette l'equilibrio: ella la sostenne.
— Perdono!
Si guardarono.
— Mi amerete anche voi? Mimy le chiese con affettuosa timidezza.
La mora sorrise scoprendo due file di denti impareggiabili e scotendo il capo con un moto di leonessa:
— Amerei una iena se ella l'amasse! e accompagnò queste parole con una occhiata così sfolgorante che l'altra n'ebbe quasi paura.
La toeletta proseguì. Zisa le sciolse i capelli, e ravviatili lungamente col pettine, per togliere loro le pieghe artificiose dell'acconciatura, li spruzzò con un piccolo inaffiatoio, che si applicava alle labbra, di una essenza tenuemente odorosa: li lustrò con un fazzoletto di seta, e insinuandovi ambo le mani li disordinò col capriccio del vento. Poi le tolse la veste, che portò seco quasi tutta la polvere, le spazzolò ancora il corpo bianco con un fioco di seta pendente ad un bastoncino di corallo; trasse da un terzo cassetto un ampio mantello di lana finissima e una corona di rose. L'avvolse e la incoronò.
Mimy non si moveva.