Nessun mobile tranne il letto e un antico tripode nel mezzo, dal quale tenui profumi evaporavano intorno alla lampada, lambendola mollemente come talora i vapori fanno alla luna; ma nel salire s'insinuavano fra le crespe della tenda allargandosi mano mano fino a velarle, facendo quasi immaginare, se nel gabinetto si fosse trovata una donna nuda, che quella fosse nuvola che l'aveva accompagnata e l'attendeva per ripartire. Il letto di bronzo dorato, nascosto dalla coperta di raso violetto e riparato da un indescrivibile padiglione di merletti, antichi nel disegno e nella dubbiezza del candore, spioventi da un grande vaso di rose a capo del letto, era di un lusso semplice quanto costoso.
Zisa depose Mimy così avvoltolata sul letto e si ritirò quasi precipitosamente.
La prima cosa che Mimy vide nello specchio, che correva magnifico per tutta la lunghezza del letto, fu sè stessa e molti fiori buttati qua e là a mucchi. Due canestri di fiori le sorridevano sopra due mensole di malachite, sopra il capo aveva una vôlta di merletti, sopra i merletti una nube, sopra la nube una tenda, dinanzi un tripode fumante; un gabinetto vero ed impossibile. Si perdette. Solo una donna poteva avere alzato questo mobile tempio alla voluttà, perchè solo una donna poteva esserne la sacerdotessa. Il tripode fumava, ma perchè non dinanzi alla dea?
Colla fantasia già esaltata dai sogni del bagno, Mimy cercò la divinità, e la vide albeggiare dietro la nube azzurrognola dei profumi.
Era una figura bianca, nuda entro quella nuvola che le rendeva più leggiere e delicate le forme... Un'attitudine impossibile ad esprimersi nella sua poesia, una fronte luminosa, un sorriso più luminoso ancora. Un'irradiazione fulgente, ma attenuata dalla nube, le si diffondeva dalla persona e arrivando a Mimy le penetrava nel candido manto, strisciandole su tutto il corpo. Mimy si sentiva quasi sollevare, e sarebbe bastato un moto di quell'onda luminosa per comunicare colla dea.
Chiuse gli occhi: si accorgeva di vaneggiare e che non aveva più forza di vincersi.
Sospirò.
O il gabinetto fosse soverchiamente caldo, o le infiammasse il sangue, si portò le mani alle gote arrossite ed allentò il manto.
Ella, che pure aveva una fantasia ricca e delicata, non avrebbe mai immaginato quel gabinetto della marchesa. Questo nome fu un buffo di vento che le sperse tutti i pensieri; e di nuovo chiuse gli occhi. Non voleva vedere più. Quel gabinetto, quell'atmosfera, quei profumi l'opprimevano. Voleva assopirsi. Non contenta di avere chiuso gli occhi, li strinse; non paga ancora, li coperse con una mano: le pupille così compresse mandarono lampi e brevi e lucenti meteore solcarono quel buio. Si provò veramente a dormire, ma ogni sforzo fu inutile, finchè quella fatica l'illanguidì e l'ansia le si calmò. Non pensava più, come non nuota colui che allungandosi si lascia portare dalla corrente.
Un'altra donna entrò tacitamente; era la marchesa.