Aveva una diafana veste di velo bruno aperta come le camicie dei marinai sino a mezzo del seno e trattenuta sotto di esso da uno splendido fermaglio formato da un solo rubino: ma dinanzi le scendeva quasi a grembiule sino allo stinco, e dietro le si distendeva in strascico lunghissimo e leggero, lasciandole albeggiare ad ogni passo il profilo della gamba. Camminava scalza. Due nastrini di velluto le stringevano gli stinchi, due le braccia velate sino al gomito da una specie di piccola cappa, e uno il collo. I capelli su quel molto bianco delle carni rifulgevano ancora più neri e male pettinati forse nella fretta, poichè una lunga ciocca cadeva giù pel dosso fino ai ginocchi, e il resto legati da un filo di perle si attorcigliavano sulla nuca in un difficile arruffamento.

Era bella. Forse uno scultore le avrebbe trovato più di un difetto nelle forme troppo robuste, forse le reni, forse i fianchi sarebbero sconvenuti a una Venere; ma Tiziano non dipinse mai un collo, nè due spalle più voluttuose, ma il seno abilmente impicciolito dal velo aveva ancora un'ampiezza terribilmente lasciva; ma la statura, il portamento, l'imperiale maestà del volto appena appena commosso la facevano un tipo sublime e fantastico. Era la donna nel meriggio della propria giornata, bella di vita ancor più che di forme; la donna che ha vissuto, che ha goduto, che ha forse anco sofferto, che ha sviluppata tutta la propria bellezza e si ferma un istante prima di cominciare a perderla.

Avendo veduto Mimy in quell'atteggiamento camminava colla massima leggerezza, e si arrestò al letto contemplando.

Del volto di Mimy non si vedeva che la fronte e la bocca, la fronte pura e la bocca tremola di un nascente sorriso. Ella lo premè con uno sguardo inesprimibile, poi le corse su tutte le forme avvilluppate nel manto e risalì posandosele sulla bocca. Mimy non sentiva, immobile, col petto che si alzava nel respiro rivelando un delicato contorno, mentre i capelli distesi sotto il dosso le spuntavano in ciuffo dall'anca, su quel violetto della coperta di raso spiccando dorati come una criniera di leone o un raggio di sole.

La marchesa si chinò sulla assopita, quasi essendo un fiore ne volesse respirare il profumo, ma non osò chinarsi piucchè a mezzo e dilatando gli occhioni neri la cinse di un più avido sguardo. Un non so che di straordinario le brillava nella faccia. L'opaca e in certo modo possente pallidezza del viso le si era allividita, le pupille le fiammeggiavano fuori dell'orbita leggermente bistrata come dal segno di uno sforzo. Tutti i lineamenti le tremavano. Così china colle braccia mezzo aperte all'amplesso e un sorriso famelico e il petto anelante sembrava la statua Voluttà non nella calma come la sentivano gli antichi, ma nella passione come la sentiamo noi moderni. Era più bella di Mimy, se la vera bellezza sta nella vita, bella della bellezza fantastica, appassionata, peccatrice, tanto cara alla scuola romantica. Stupendo gruppo di Venere e Psiche, degno del pennello di Courbet!

Ma perchè la marchesa, che certo soffriva in quella penetrante contemplazione, non destava Mimy? Difficile dirlo. Forse non voleva toglierla all'assopimento, stimandolo conseguenza dei travagli della notte, forse l'amava in quell'atteggiamento capricciosamente infantile, forse, e il più probabile, s'inebbriava del proprio frenato rapimento. Ma la passione fosse più forte della volontà, o le mancassero le forze, dovette sedersi sulla sponda del letto; però lo fece con tale delicatezza che Mimy non diè un moto. Il letto essendo stretto le due donne si toccavano quasi.

— Oh! sospirò sommessamente, volgendo attorno lo sguardo per togliersi al fascino di quella assopita.

La lampada sospesa alla vôlta spandeva sempre la sua luce quieta, il tripode fumava, i fiori sparsi a mucchi sul tappeto e sulle pelli esalavano i loro acri profumi, mentre il fumo delle essenze arse movendosi per cento ondulazioni calava sul padiglione dei merletti. Nessun rumore, nessun testimonio; perfino il sole escluso, sebbene fuori scintillasse stupendo sul candore della neve. La temperatura dell'ambiente cresceva: la marchesa si vide nello specchio ansante di aspettazione.

Aspettava da cinque anni. Era tempo.

Si diè un'occhiata nello specchio, respinse lo strascico distendendolo sul tappeto, si acconciò il grembiule e si dispose. Mimy aprendo gli occhi doveva vederla di mezzo profilo, seduta, più bella in quell'atteggiamento, che le nascondeva la pesantezza, dei fianchi.