— Quanto lo possiate desiderare.

— Contessa, non toccate la mia potenza di desiderio, perchè sono capace di dirvi che vi desidero subito e da un pezzo.

— Zitto, lo interruppe: mi direste una insolenza. Parliamo piuttosto del vostro romanzo. Ma sapete che il tema era difficile e forse seguiterà a parer tale, moralmente, anche dopo svolto? Vi confesso che mi aspettavo a qualche cosa di più semplice, perdonatemi la parola, di più volgare; invece mi fate veramente un romanzo di passione. La marchesa, Mimy, Giorgio e perfino l'avvocato sono tutte persone di una spiritualità quasi eccessiva, che mentre camminano per una palude infangandosi fino ai capelli, tengono ostinatamente gli occhi al cielo. Conosco poco l'arte, ma per accarezzare una simile contraddizione bisognava che l'artista avesse il genio della immortalità o la passione del vizio.

— Chi sa se non avete ragione?

— Mio Dio! mi fate rabbrividire colla vostra calma.

Invece sorrideva.

— Che cosa volete, contessa, non ho mai compreso bene il vizio e la virtù, ma ho sempre sentito intensamente la bellezza e la bruttezza, e ho conchiuso per farne i due poli della mia coscienza, l'ombra ed il sole della mia vita. Per me una signora è sempre virtuosa finchè è bella, e le sue passioni sono sempre legittime finchè animate dalla poesia e vestite dal lusso. Sono un pagano io, come Giorgio, dei tempi di Alcibiade e di Aspasia. D'altronde vi ringrazio della splendida frase — il genio della immoralità — ma sono desolato di non meritarla. Non ho sublimato a passione ciò, che altri chiamerà vizio, per renderlo più attraente, ma ho supposto ingenuamente che fosse una passione, e la ho dipinta. Il mio romanzo sarà certamente criticato, ricorderà a molte donne, dimentiche da un pezzo, di arrossire; scandalizzerà molte ragazze che l'avevano castamente sognato prima di leggerlo, mi creerà una riputazione orribilmente triste come un giorno di pioggia o il discorso di un professore per una distribuzione di premii, ma mi vi rassegnerò colla bonomia dello scettico, contento se qualche signora del vostro spirito e della vostra bellezza mi abbia compreso e gustato. Già ve lo dissi: scriverò per le signore sibaritiche.

— Non ve ne sono più.

— E voi?

— Io, sono di Bologna.