— Perdono, ella rispose sorridendo mordace: ma la colpa o il merito è tutto mio: il signor conte mi ha incontrata, o meglio raggiunta per strada, e scambiò seco un'occhiata, e abbiam proseguito insieme. Stamane mi sentivo uno strano bisogna di moto: il caso o, se permettete, l'amicizia mi hanno guidato verso qua e una volta sulla via... Vorrei accorgermi di riuscire importuna per farmi perdonare dalla signora Mimy.
Queste parole disinvoltamente pronunciate imbarazzarono subito Carlo.
La conversazione non si legava: l'avvocato sbirciava Giorgio invocando aiuto, ma questi non gli badava o distratto secondo il solito o volesse giudicare, come scriveva al suo amico, dello spirito della marchesa lasciandole tutto il peso di quel goffo silenzio.
Questa lo sentì; quindi andando verso un mazzo di rose sulla tavola lo prese quasi per esaminarlo: una sorgeva sull'altre col gambo rotto nello sforzo di piantarlo dentro il fusto.
— Guardate questa rosa: non pare che le dispiaccia di trovarsi in tanto crocchio di compagne? un mazzo di rose è come un circolo di signore: si mescono spine e profumi. Liberiamola: chi sa con quale piacere si sarà destata al bacio del sole sperando forse di morire, quando tramonterebbe, in un ultimo bacio... Il destino!
E se la poneva in seno.
— Allora baciatela, rispose Giorgio, quando il sole tramonta e la rosa morirà contenta: appassire a un occhiello del vostro abito è un destino ben migliore che nel vano di due pruni.
Carlo sospirò approvando: avrebbe desiderato un fine uguale, solamente alquanto più remoto.
— La signora Mimy? ella gli domandò.
— Credo che si vesta.