Ella non rispose.
Col capo chino sulla spalla stava addossata a uno sportello in una attitudine di fantasticaggine: l'abito, le treccie, la finestra, la luna che omai riappariva, l'oblio forse in un pensiero d'amore, nulla mancava per comporre una romanza; se Giorgio non fosse stato poeta nell'animo, forse ne avrebbe provato il solletico. Invece le si venne al fianco, posando i gomiti sul davanzale e voltandole il viso nel viso. Ella non se ne commosse; la luna scaturì con poetica compiacenza dalla sua nuvola come un brindisi alla fine del banchetto e li avvolse nel suo sguardo luminoso.
— «Povera Emilia, l'idolo dilegua e il cavalier,» mormorò fra i denti.
— Niente: un notturno che canto spesso; è molto malinconico.
— Come la tua vita.
— Chi te lo ha detto?
— Forse è necessario che ci si dicano certe cose? Il fiore del loto, dice un gran poeta, non può sopportare il raggio del sole e amoreggia la luna. Credi che sia felice quest'amore? Luce e calore, amore e voluttà: ecco l'atmosfera della vita. Sai, Mimy, come passi pel mondo? Pallido fantasma traversi la terra come in processione accanto al marito trovata per via, coperta di un gran velo nero: la tua gioventù è una salmodia monotona, la tua bellezza una statua nel fondo di uno studio, che pochi conoscono e nessuno ha sentita ancora, tuo marito pel primo.
— Ebbene? chiese punto meravigliata di quelle comparazioni e quasi approvandole.
— Ebbene: non so quello che mi dica; ma pensando di te, e mi accade spesso, provo un senso di pena. Mi pare che tu debba aver bisogno di uno che animandoti col suo spirito ti cangi la processione in una scorreria fantastica di un mattino di primavera, e dalla monotona salmodìa tragga una musica come il terzo atto del Faust.