— Ma sei pazzo stasera! rispondeva divincolandosi.
— Pazzo! ecco la donna! ma non capisci... sono pazzo? ebbene ai pazzi è tutto permesso. Sì, ti voglio rivelare a te stessa, poi ti aprirò la mia anima; chi sa se potrai rifiutarla. Hai ventun anno: non so se il tuo spirito fu mai vergine, ma se sposa significa la donna che ha saputo l'amore, tu non la sei. Il matrimonio era stata la porta dell'avvenire, di un mondo di sogni e di piaceri, di luce e di profumi, ma appena varcata hai dovuto guardarti attorno stupita; invece che sovra un giardino dava in un cortile umido e buio. Ti sei, ti hanno ingannata. Credi adesso che quel bel mondo non sia? No; esiste, Mimy, e bisogna entrarvi, ma la passione ne tiene le chiavi. Le vuoi? io te le offro, ti offro la mia anima con tutti i suoi entusiasmi e le sue piaghe: la mia anima di poeta che sente tutti gli odii e tutti gli amori, che ha ancora la primavera della speranza fra le rovine della fede. Ah! io ho bisogno d'essere amato... da te.
Successero alcuni istanti di silenzio: erano entrambi commossi, specialmente Mimy alle mille miglia dall'attendersi questa scena. Giorgio vi aveva trasceso: non poteva ragionevolmente sperare di sedurla subito, mentre spintosi troppo oltre, se gli resisteva, piucchè la battaglia perdeva forse la guerra: però quella passione malgrado il discorso a Carlo e la lettera ad Anselmo la sentiva.
Mimy teneva gli occhi bassi, egli la divorava. Insensibilmente le appressò la poltroncina e coi ginocchi le toccò i ginocchi. Tacevano in un silenzio che era l'ultimo sforzo della eloquenza. A poco a poco i volti si attrassero: egli allungò il collo e vedendo Mimy socchiudere gli occhi, stimò giunto il momento: le cadde ai piedi passandole le braccia alla cintura.
Ella volle levarsi.
— No: e la ratteneva coprendola di uno sguardo umido di voluttà; non mi lasciare. Non è vero che mi ami? confessalo! sei troppo bella per deturparti colla maschera della modestia... Adesso! balbettò appena, intelligibilmente premendole il volto nel grembo.
Mimy tentava sempre di svincolarsi fissandolo in modo che pareva esaminarlo; nel suo sguardo c'era ancora più curiosità che sbigottimento.
Egli tacque un altro minuto supplicandola coll'atteggiamento.
— M'ami? ridomandò... Oh! ne sono degno, sono tanto infelice, ti amo tanto! Se sentissi la mia ebbrezza e il mio spasimo in questo punto m'ameresti per vanità o per compassione. Come sei bella! un'ora sola... e morire... vivere per te, per animare il deserto della tua vita, per occupare le tue malinconie... sei pur bella così! Non temere, Mimy, ti amo troppo per perderti; voglio che la tua felicità sia il mio monumento di artista; così sarà più nobile di un quadro o di un poema.
La posizione di Mimy facevasi sempre più difficile, era diggià nelle sue braccia. Lo sentì, quindi colle manine bianche tentò risolutamente di rompere il laccio, ma Giorgio la ricinse più stretta.