— Impossibile! ella mormorò rivolgendo la faccia per non vederlo.
— No, no!
— Ma Carlo!... ripetè guardando istintivamente verso la porta.
— Tu non l'ami; che importa ora? Carlo è lontano, poi non è che tuo marito; provati ad avere un amante e vedrai. Fammi solo un segno colle palpebre e rimango qui inginocchiato sino a domani, a posdomani, finchè vorrai. Sai: per me in questo momento intrecciarti le mani sulla cintura, appoggiarti il capo... è una gioia inesprimibile, eppure non sei che una statua — animati dunque; vorrei trasfonderti metà della mia vita, ne dovessi subito morire...
Pronunciando con voce rotta queste parole le si aggrappava mentre ella indietreggiava, così che per seguirla trascinavasi sulle ginocchia. L'infelice si contorceva. Le guance gli si erano accese, teneva gli occhi sbarrati, luccicanti, con un sorriso villanamente lascivo. Codesta trasfigurazione che un'altra donna o non avrebbe osservato o avrebbe ammirato, ributtò Mimy.
— No! proruppe con tale accento e tale sguardo che a Giorgio caddero le mani.
Si scostò imbarazzata e allora solamente arrossì vedendolo ginocchioni colla fronte contro la spalliera del divano. Stette sospesa in osservarlo e o temesse qualche nuova stranezza o non trovasse nessun finale per quella scena, sparì tacitamente dietro alla porta.
Quando Giorgio si risollevò non parve punto stupito di essere solo; si passò due o tre volte le mani sulla fronte.
— Imbecille! proruppe nell'andarsene.
Per chi quest'ultima parola? per lui o per Mimy?