« — Niente.

« — Sei abbattuta; bisognerà che gliene parli a Carlo.

« — Per carità, mamma.

« — Non spaventarti, piccina; quindi chinandomisi all'orecchio sempre con quel sorriso: Guardati... diventerai brutta, e allora poi...

«Fortunatamente è sopraggiunta la cameriera e si sono messe a chiacchierare.

«Ma guardarsi da che, mio Dio! Quale trista manìa di leggervi sul viso i dispacci della notte e di volere che l'incomodo di dormire con un uomo vi renda assolutamente felice... Non incontro per strada due signore che non mi guardino; se vado a trovarle o vengono da me si occupano ancora più della mia faccia, specialmente degli occhi, che del colore e della guarnizione de' miei abiti. Non so se le mie amiche mi amino molto, ma s'interessano troppo della mia vita di sposa e mi interrogano come tanti medici sopra mio marito — io che lo dimenticherei tanto volentieri! Le mie compagne di convento poi sono insopportabili: talora mi pare quasi che m'odiino per essere uscita dalla loro classe tanto mi esaminano minutamente per scoprirmi senza dubbio qualche ruga. Bisogna che amino ben furiosamente gli uomini, se il mio matrimonio le angustia tanto. Poverette! E pure tanto bella quando, fanciulle, si va a letto ritornando dal teatro, ancora commosse dal Faust o dalle splendide fantasmagorie del ballo, quello spogliarsi lentamente la graziosa toeletta, quel togliersi ad uno ad uno i fiori, lasciandosi cadere liberamente i capelli sulle spalle: poi si va e si viene per la camera: vi fermate a mettere a posto un sopramobile: aprite un cassetto o lo chiudete, odorate un profumo o vi ponete allo specchio e vi ci vedete quale poco fa in teatro, ma libera di sognare e senza paura di uno che entri e vi disturbi, mentre la vita e il mondo stanno come due palazzi di esposizione coi portoni aperti e le sale zeppe di meraviglie: e si può entrare, si può ancora comprar tutto. Allora slacciando il busto si pensa inorgogliendo a tante occhiate: si alza la gonna per ammirarsi il piedino, poi si trascina la poltrona allo specchio, e civettando col vostro bel visino si fanno mille sogni di trionfi e di piaceri. Allora gli uomini ci si possono mescere perchè non li conosciamo; e se ne abbiamo veduto uno delicato, femmineo, coi baffi appena nati, ce lo immaginiamo supplichevole ai piedi con un silenzio e un anelito... Gli uomini — veramente ci pensiamo troppo; però ce li creiamo come dovrebbero essere e non come sono, triviali, brutti, opprimenti. Essere fanciulla... sentirsi vergine, destinata ai piaceri divini inimaginabili, che poi non arrivano mai, e che accadranno forse domani, posdomani; prepararvisi, non avere in sè stesse nulla che vi dispiaccia, voi belle, amabili, adorabili, adorate forse; accarezzare i vostri tesori che appartengono a voi, a voi sole. In questa parola sta il segreto della felicità di fanciulla «appartenersi,» nessuno può stendere una mano sulle mie treccie, chiedermi ignobili carezze, a me fredda, mesta forse in chi sa quale pensiero. Oh! quando si è fanciulla vi cogliete a meditare una scena letta o veduta, e a poco a poco una calda nuvola vi avvolge; ma invece essere sposa, lì a letto con un uomo che ha bevuto abbondantemente a cena e depone, prima di spogliarsi, la pipa sul tavolino: non poter stendere una gamba senza il timore di urtarne un'altra, non stirare un braccio senza far nascere il sospetto di un desiderio che non avete... e aspettare tremando che un gran corpo angoloso e peloso vi si accosti trascinandosi, quale orrore! E una testa si affonda sul vostro cuscino, un grosso naso vi entra in una guancia, un fiato vi passa sulla bocca intanto che due zampe vi schiacciano i vostri piedini Meglio essere fanciulla nel vostro lettuccio bianco, odoroso: le cortine mezzo stirate, il lume chiuso nell'alabastro, un romanzo sotto le coperte, e voi fuori col petto, coi capelli in disordine, bellina! — quante volte mettevo lo specchio sotto il guanciale per guardarmi! poi sognare, inebbriarsi magari di un amore solitario contemplando a occhi chiusi qualcuno che non si conosce ed è tanto caro.

«Pazienza se il marito fosse un amante e vi istupidisse a forza di moine: niente! Carlo viene a coricarsi come va a sedersi sulla poltrona del suo studio e stende la mano al mio volto come ad uno di quei grossi volumi, che mi pregò ieri di porgergli — fortuna che mi consulta di rado. Ma come mai questa gente, la quale pretende a un grande ingegno e a un gran cuore, tratta così una povera fanciulla, attaccandola e staccandola dalla carretta del loro amore (intesi questo paragone da una contadina di mammà), battendola quando è sotto, dimenticandola affatto quando non vi è più? Come rimango io poi?... Questa è la voluttà, questo l'amore del talamo tanto vantato ne' miei sonetti di nozze? Ci credevo poco, ma non mi aspettavo a questa atrocità.

«Ho letto in un libro, non ricordo più quale, che gli Indiani vivono essenzialmente di legumi e hanno un alito, un odorato talmente finì, che la vicinanza di un europeo carnivoro e ubbriacone li ributta: matrimonialmente Carlo è un europeo, io un'indiana.

«Che cosa ne penserà? egli è sempre solo nel giardino delle sue voluttà: io sono una pellegrina che perde il tempo per via fermandosi ad osservare i fiori fra le siepi, sui margini dei fossi; che amerebbe sedersi all'ombra di un albero, che le carezze del vento distraggono e le esalazioni olezzanti del terreno snervano. — Arrivo sempre troppo tardi, quando il cancello del giardino è chiuso, e mi sveglio dal vaneggiamento urtandovi dolorosamente col capo: almeno non vedessi lui sdraiato da ubbriaco sulla soglia. Ho sempre letto che l'amore ha bisogno di mistero e la voluttà di veli, però il loro maggior bisogno è quando spirano. — Cesare si ravvolse nella toga. La commedia finita cala il sipario: perchè non in tutte? Nel nostro teatro no, e per compenso la musica del suo russo. Povera Mimy!

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