«Ma la ballata alla Luna di Alfredo de Musset capitatami in una strenna mi fece proprio male: mi ricordo tuttavia le ultime terribili strofe. Dio! essere ridicola in quel momento. Quella luna che spia i due sposi e li impedisce col suo sguardo derisorio non la potevo sopportare; chiuderò, pensavo, le finestre: ma qualcuno mi vedrà pur sempre, e questo qualcuno era a Fognano nella vostra cella, suor Maria. Musset deve essere stato un uomo cattivo, e la sua Lucia, se lo amò, fece male. Ma pensare che se potessero vedervi in quel momento scoppierebbero risa così forti e sguaiate che nemmeno egli le sopporterebbe.... Gli uomini sono mostri, suor Maria; se vi avessero veduta quella sera, che dopo piangeste e toccò a me a consolarvi, oh il nostro doveva essere un gruppo molto bello!

«Arrivò la vigilia.

« — È la mia ultima notte, pensai facendo la piega al letto. Non avevo voluto la cameriera per star sola. Girai luogo tempo per la camera, esaminai i miei sopramobili, consultai il mio specchio e lo raccomodai: tutto mi parlava forse con più commozione che non quando lasciai il convento. Era di primavera. Il letto bianco mi pareva più soffice, più misteriose le cortine; volli leggere e non vi riuscii, perdermi in qualche fantasia delle dilette e nemmeno. Egli mi era sempre agli occhi: lo vedevo entrare in manica di camicia, cacciar dentro la testa a guardarmi... io raccapricciavo immobile e desolata: egli stendeva una mano sulle coperte... È orribile. Mi rifugiai nel vostro pensiero, suor Maria, penetrai nella vostra cella e vi scorsi sul giaciglio il capo libero dalle bende, l'abito slacciato. Avevate il volto pallido ed estatico: pensa a me! come è buona! E mi chinavo sul guanciale ad accarezzarvi insensibilmente una ciocca vagabonda — non mi sentivate. Il mio alito vi lambiva le tempia: vi rivolgevate, vi rivolgevate senza un segno di meraviglia... vi ero vicina e il vostro sogno continuava.

«Quella notte fu un'eternità: talora correvo incontro al pericolo e lo affrontavo istupidendomivi — era ancora meglio che vederlo appressare lento, inesorabile: talora lo fuggivo senza persuadermi di fuggirlo ed era uno spasimo inesprimibile.

«Si fe' giorno — la funzione sarebbe alle dieci della mattina.

«Attraverso i vetri vidi un bel garofano sbocciato nella notte: scesi a coglierlo, mi ricoricai.

«Lo ammirai: poi montommi la stizza e lo stracciai.

« — Mi faranno lo stesso, proruppi piangendo.

« — Cosa farà egli in questo momento? Sempre lui e non poterlo dimenticare...

«Poco dopo, entrarono la cameriera e la zia, ambedue guardandomi con un sorriso di mistero. Volevano conoscere se avevo dormito, perchè non dormirei la notte veniente.