«Arrossii credo sino ai piedi. Vi ricordate, suor Maria, con quanta grazia pigliandomi le mani e accarezzandomi cogli occhi, coi palpiti del petto, mi costringevate a schiudermi il turpe abitino di educanda?...
« — Apriti, via.
«Dovetti ubbidire.
«Il mio povero seno, il mio solo orgoglio! io che lo amavo come un poeta può amare il proprio genio, che l'avrei voluto sempre casto per conservarlo sempre bello... il mio seno che voi amavate, suor Maria, e coprivate di baci appoggiandovi la vostra bella testa di angelo sventurato: essere costretta a profanarlo così senza potere neppur piangere, senza la poesia del dolore per consolare il sagrificio. Oh! lasciatemi piangere adesso che non sono più Mimy la fanciulla, narrando come la povera fanciulla fu ignobilmente uccisa nel triste mistero di una notte, che non tornerà mai più...
«Non potevo piangere: la mente mi si faceva di una limpidezza terribile, mentre il corpo mi si irrigidiva: nulla doveva sfuggirmi della scena sciagurata.
«Mi era sopra colla testa e io tenevo con isforzo gli occhi al muro per non vederlo, ma una curiosità dolorosa mi spingeva. Mi venne la cattiva voglia di guardarlo; giacchè non potevo allontanare il calice ne volevo la feccia. Infelice! la mia occhiata parve forse un invito; sparii soffocata.
«Non è tutto.
«Egli spiritava. Mi cercava colle labbra sorridenti e mi giunse con un bacio lungo, infernale, che non scemava, non finiva: un bacio co' suoi denti neri senza che potessi muovermi. Non respiravo — non è tutto: mi sottrassi disperatamente, ma invano, giacchè le sue labbra ancora sulle mie labbra ripetevano orribilmente la sublime carezza delle colombe intarsiate sulla cimasa del letto.
«Non è tutto, ve l'ho detto: il suo alito puzzava. E quando le lagrime gonfiandomi infine gli occhi mi caddero giù pel viso, cadeva egli pure. Aveva trionfato... aveva bevuto il vino senza badare alla tazza. Ubbriacone villano!
«Villano!