«Siamo pure infelici noi povere donne...
«Non è tutto ancora... Oh risparmiatemi il racconto di questa ignobile miseria, la più ignobile, e possiate non indovinarla nella delicata bontà del vostro cuore. — La vostra candida colomba, la vostra Mimy...»
Qui interruppe la lettura e si passò la mano sugli occhi ad asciugare una lagrima: sfogliò ancora molte pagine arrestandosi ad una scritta con un carattere, sebbene della stessa mano, assai dissimile. Forse coloro che pensano d'indovinare l'anima dalla calligrafia ne amerebbero un'analisi, ma troppo poco ingegnosi per tale impresa ci contenteremo di leggere con Mimy, guardandole negli occhi, ai passi più difficili.
«È bella come una eroina. Ho visto un ritratto di Goethe: la stessa fronte ampia e possente, quasi misteriosa nella sua strana bianchezza; vorrei vederla in mezzo a una tempesta dominare le onde.
«Se non avevo quel brutto signore dinanzi forse mi avrebbe scorta. Me ne dispiace davvero: le avrei offerto la mia ammirazione: vi è tanto piacere nell'ammirare una donna! Peccato che la sarta non mi sappia fare un abito simile al suo in due giorni, correrei subito allo stabilimento ed ella capirebbe che la copio; ma chi sa se capirebbe il mio complimento o non mi supporrebbe invece una ridicola provinciale, che s'affretta a scimmiottare le grandi dame della capitale. Non mi pare italiana e non so qual nazione darle, mentre è più bianca e diversamente bianca dalle belle inglesi che ammirai tanto nell'inverno a Firenze — un bianco non vivo come nel marmo, nè spento come nella camelia, tiepido, appannato, sotto al quale si travedono appena le vene azzurrine.
«Sarà vedova o maritata.»
Mancava il punto interrogativo: forse Mimy non aveva osato compire nel pensiero questa domanda.
«Le ho parlato.
«Era vestita come le signore di Bologna non lo sono mai: con un abito da mattina. Me ne intendo di eleganza io, sebbene moglie di Carlo che veste filosoficamente, dice lui. Quanto sarebbe brutto vicino a lei!