Ma fin qui sono osservazioni confuse: seguimi giù nelle bolge del cuore, e chi sa se nel fondo non vi troverai, come Dante, un satana mostruoso o una perla come il palombaro. Debbo confessartelo? il mondo interno mi seduce più dell'esterno, forse per la vanità di essere solo e più facilmente grande. I suoi confini indeterminati si allargano e si rasserenano a seconda della luce: il suo aspetto è estremamente cangevole: ora mestamente monotono come quello del mare o del cielo, ora vario e intricato quanto un paesaggio alpino, ora ridente come un mattino di Grecia, ora nebbioso come un vespero scandinavo: qualche volta un deserto, qualche volta un'oasi, qualche volta un isolotto. Io vi sto come un anacoreta assorto nella contemplazione, vi passeggio come un epicureo per un giardino, vi erro come un pastore che si compiace della natura, vi passo come un guerriero fuggiasco, lo traverso come un viaggiatore curioso, lo studio colla curiosità di un dotto. Tutto mi attira, i fiori delicati quanto i sinistri, quelli con le urne fragranti e quelli con le velenose: tento le sabbie e le terre per scoprirvi diamanti o serpenti, monto sugli alberi, interrogo le pietre, imploro spiegazioni dalle poche figure di abitanti che rare mi passano innanzi e dileguano. In questo mondo tutto mio, mi regalo le scene più opposte, i panorami più splendidi, gli orrori più terribili: simile a un Dio creo ed annullo con un atto del pensiero: intreccio e separo le forze: sollevo l'uragano e lo acqueto, offusco il sereno e lo purifico, confondo le stagioni e i colori; in questo mondo mi faccio una vita e un impero. E fra questo e il mondo umano vorrei gettare il ponte dell'arte, ma non vi riesco — ecco la mia infelicità. Humboldt ha detto, che passando successivamente dal polo all'equatore si morrebbe in pochi istanti; ed ha ragione anche nel mio caso.

Il mio ideale di felicità è un sogno impossibile, la mia passione pel dolore peggio che un sogno, una follia. Talvolta ne' miei giorni più foschi mi piglio il cuore fra le mani e stringendolo convulsivamente, ne spremo poche goccie, che mi porto alle labbra colla avidità di un febbricitante. Tutto quindi mi si fa lugubre agli occhi e al pensiero; da ogni oggetto mi giungono ferite, in ogni voce è un lamento, in ogni minuto è uno spasimo, che mi affina e mi accresce la vita. Allora mi ravvolgo nel dolore, come in un cupo mantello, e pallido di orgoglio guardo sogghignando la ignobile folla dei felici... senonchè troppo spesso agli urti dei loro gomiti mi casca il mantello, e rimango seminudo alla puntura degli insetti e delle beffe... Ma lasciamo le miserie del dolore, perchè, se lo spettacolo della malattia è più orribile che quello della morte, e possiamo ripetere il grido dell'animo nel parossismo dello strazio, nulla può rendere il suo continuo e difficile lamentio. Il genio stesso non trovò nulla per esprimere il tedio, questa miseria più comune del dolore. La Grecia scolpì la disperazione che lotta nel Laocoonte, spossata nella Niobe; l'Italia l'amarezza inconsolabile nella Madonna, la desolazione delirante in Maddalena, il contrasto di uno spasimo insopportabile e di una rassegnazione divina nell'Ecce Homo; ma chi potè raffigurare l'irritazione di Leopardi o la febbre di Byron? dolori senza espressione, dolori di artista, di uomo deforme nella sua superiorità, con più sentimento e fantasia che ragione. E anch'io sono artista: ne ho gli entusiasmi fulgidi ed improvvisi, le passioni deliranti, il sonnambulismo nervoso; per me non vi è aria respirabile che sulle cime alle quali tiene l'occhio la storia costeggiando le rive del passato, non luce che avvolgendomi in un raggio di sole, non profumi che abitando il calice di un fiore. Non vivo, non godo, non soffro che per me: tutto il mio studio sta nello svilupparmi, tutta la mia fatica nel costruirmi un palazzo. Egoista! mi dirai; ti risponderò: artista, e avremo entrambi ragione. Napoleone invade la Germania, abbatte eserciti e città, rovescia il vecchio impero e Goethe, assorto nella concezione del Faust, volge appena il capo al rumore della grande caduta e guardando fra il fumo dei cannoni e delle macerie l'immane carneficina, mormora indifferente: schiavi contro schiavi! Ecco per la patria. Uno scolaro di Donatello è agonizzante; il prete che lo consola gli offre un Cristo a baciare: ed egli parla ancora per chiedere un Cristo del suo gran maestro. Ecco per la religione.

Egoista che assorbe tutto in sè medesimo, deve essere grande per rendere nell'opera quanto ha assorbito, e guai all'artista che è piccolo, che non può essere immortale. Io, artista, morrò. La comprendi tu questa parola e hai riflettuto come l'arte sola dia l'immortalità, perchè mentre di Annibale non rimane che il nome di una battaglia, di Euclide la ragione nei suoi poligoni, di Aristotile l'intelletto nella Repubblica, di Eschilo, di Dante, di Raffaello rimane tutta l'anima nel Prometeo, nella Divina Commedia, nella Trasfigurazione?

Talora credo sentirmi improvvisamente la potenza della creazione: afferro la penna o il pennello e mi accingo, ma alle prime righe mi cessa il coraggio e mi veggo innanzi il mio Mefistofele, che sogghigna spietatamente. Oh! Anselmo, quando nei tuoi studi non tocchi la meta, non la vedi — io invece ho sempre sotto mano il mio titolo all'immortalità e non posso impadronirmene. Se prendo in mano la creta e mi provo a plasmare soffro ancora una più tremenda tortura: vorrei copiare la bellezza che mi sorride nella fantasia, e copio invece una faccia che m'insulta colla sua trivialità: i lineamenti mi si sformano sotto le dita, gli occhi non guardano, la bocca non trema, le carni non palpitano; insomma la creta non vive, eppure in quella creta vi è la mia forma divina, come dentro un astuccio.

L'antichità ha espresso magnificamente colla favola di Tantalo questo supplizio dell'artista. Quindi gettando la penna o la creta, corro nel mio gabinetto: piango, folleggio: torno a' miei sogni, alle mie appassionate contemplazioni, povero muto dell'arte, povero mendicante della immortalità... e tu vieni a dirmi: esci dal labirinto e risplendi! Non sai che vi sono dentro nudo, e che il labirinto è di spini, e che più volte, la persona insanguinata, urlando di rabbia e di dolore ho tentato invano di evadere? Ho pensato anche a morire, ma non ne ebbi la ragionevolezza o l'imbecillità: non voglio morire perchè sono degno della vita; mi ucciderò solamente quando m'accorga di essere un volgare... Allora addio, sole innamorato, poeta della natura! Adesso nella mia impotenza trovo tuttavia un argomento di superiorità.

Da fanciullo m'immaginavo la strada della gloria come la via Appia, fiancheggiata da sepolcri; e immaginavo di esservi io pure, diritto sopra un cippo, con una ghirlanda sui capelli, ricevendo il saluto della gente: sentivo montarmi intorno l'anelito di migliaia e migliaia di anime innamorate, sorridevo, e il mio sorriso era per loro un raggio di sole. La gente non cessava di passare, e noi sempre ritti, eternamente belli, eternamente venerati; invece mi seppelliranno come un cane! la mia vita sarà come non fosse stata, come la traccia della neve sul mare, dell'uomo nella donna. Vedi il torrente che trabalza da quella costiera?... il torrente è la vita, noi le impercettibili gocce che, sbalzando in aria, incontrano un raggio di sole e vi brillano un istante — l'iride dei colori è l'iride dei nostri giorni mesti o lieti; ma quel sorriso di luce svanisce, e la goccia si scioglie... Potesse invece irrigidirsi in diamante e fra i sassi della costiera parlare eternamente co' suoi raggi ai raggi del sole...

Ti parrà soverchiamente lunga questa lettera! Avresti torto, perchè non sono ancora a mezzo, e la tua conversazione mi diverte.

Pascal domanda: che cosa sarebbe stato di Roma se Cleopatra aveva il naso più lungo? Avrei mai fantasticato di Mimy non sorprendendola nuda allo specchio? — nullameno ci vantiamo ragionevoli. Domani andrò da quella donna, e mi sia lusinghiera o ritrosa, proverò gioie o dolori sinceri, profondi: ieri no, oggi sì, posdomani forse no. Di qual filo è dunque questo laccio che si stringe e si scioglie improvviso ed è infrangibile? Ma supponi ancora che ella mi ami, che Carlo ci sorprenda: ecco forse tre cadaveri, tre vittime per avere sorpreso una donna senza camicia: e tale catastrofe, che può accadere domani, andrò freddamente a sfidarla. Bada, Anselmo, che non scorgo in ciò un delitto, come forse tu moralista pretendi: noto solo la facilità di conseguenze sanguinose da un sorriso, e la vanità del nostro spirito di accettarle, conoscendole — mistero della passione, la quale generata da un nonnulla cresce subito immane, quasi stilla che il vento scuota dall'albero e toccando la terra si gonfii in torrente...

In questo punto ricevo un biglietto di Carlo, che m'invita per domani: manca dunque ogni scusa, e Dio lo vuole! come strillavano, molti secoli fa, gl'ingenui delle crociate.

Adulterio! scrivo questa armoniosa parola, che mi accarezza l'orecchio come una musica altra volta intensamente gustata. Se ti dicessi, Anselmo, che questa è per me la forma sublime dell'amore? Paradosso? No, tutto al più errore, perchè io credo a quello che dico. Amo l'adultera. Questa donna giovane e bella, che comprata dal marito innanzi al sindaco, freme schiava nella casa maritale; che educata unicamente al matrimonio colle lusinghe della virtù e il terrore di minacce umane e divine, concepisce di romperlo arrischiando tutto per un uomo, cui appena conosce e che andrà forse la sera del primo appuntamento a dirlo nel club fra una questione di cavalli e una partita al faraone: che di lui solo innamorata, cura le proprie bellezze divorando spasimi indicibili quando il marito le manomette, che nelle convulsioni delle voluttà deve conservare tutta la lucidezza del pensiero, affinchè non le sfugga il nome adorato e non si rinnovi la tragedia di Parisina: questa donna che una sera apre tremando l'uscio dell'appartamento lasciandovi dietro il lume, scende le scale per le quali un vicino può incontrarla e perderla, traversa l'andito, arriva alla porta, tira il saliscendi, piglia un uomo per la mano... gliela bacia, lo tira, lo strascina su nell'anticamera, nella sala, nel gabinetto e anelante, spaurita, inebbriata cade sopra una poltrona... oh ti amo!... Ah! vi è qualche eroismo in questa scena. Ma se il marito, che ha promesso di ritornare a mezzanotte, si ravveda ed entri adesso... egli ha facoltà di ucciderla, la legge glielo consente, la società approva, Dumas stesso, il caro romanziere, gli grida: tue-la? Non importa. Ma i figli che resteranno senza madre, i genitori senza figlia, ella medesima senza l'avvenire vagheggiato nelle deliranti meditazioni — morta, cadavere, così bella, così felice? Non importa. Ma se il marito non l'ammazzerà condannandola al disonore, chiudendole tutte le porte delle amiche e dei saloni, ove sfolgorò tanto bella... poi l'amante l'abbandonerà per un'altra: più nulla, la miseria, l'infamia, l'isolamento? Non importa: ella ama. Questo amore è un'angoscia inesprimibile, perchè la sua coscienza educata al culto della legalità si dibatte contro la passione e si morde come un maniaco... Tutti i pericoli e i mali le passano e ripassano vertiginosamente nella idea: sa che, solo le tenebre la proteggono, ma che nelle tenebre errano spesso fiaccole, e basta un raggio per scoprirla all'insolenza spietata del mondo. — Mio Dio! che cosa ho mai fatto! Le viene alle labbra, ma l'amante appressa il volto, e invece di aprirle a balbettare la paurosa esclamazione essa le tende smaniosa respingendola nella strozza. Il bacio l'accende, il brivido di una carezza vagabonda la scuote... Dio! s'egli tornasse! E sia: ti amo: mio marito è un mostro: amo te solo, sarò tua, la tua adultera che non potrai neppure sposare volendo, che dandoti tutta sè stessa non potrà aggrappartisi agli abiti quando l'abbandonerai... Oh non pensiamoci: non è vero che mi ami? Vedi: io ti amo più della mia vita, de' miei bambini — ti chiedo solo di amarmi...