Anselmo, che ti pare di questa donna? quale cortigiana, quale moglie, quale vergine può con la fulgida impudenza, col sereno trasporto, con la delicata ingenuità rapirci alla sua passione?
Ti ripeto: amo l'adultera.
Quando il piacere diviene intenso, il dolore vi si mesce; quando il dolore infierisce, il piacere gli passa vicino toccandogli il gomito come un amico obliato e lo conforta di un sorriso: egli è che la vita si compone di molte cose, e la felicità di molti elementi. Vivere è sentire: onde più si sente più si vive. Non ho quindi mai capito la beatitudine del paradiso cristiano, di essere là sopra una poltrona di nuvoli contemplando la faccia di Dio immota fra una orchestra di angeli sbuffanti nelle trombe, là sempre contento di guardare e di ascoltare senza l'ansia di slanciarsi ad un bacio, l'anelito della voluttà la vertigine del desiderio, il languore della stanchezza. Questa felicità di inerte e fredda contemplazione, frutto di una vacua teologia, mi pare l'ideale più opposto al vero umano, alla nostra vita di espansione continua; nè mi stupisce che la maggiorità dei cristiani ne sia così poco innamorata da godersi viziosamente la terra, arrischiando l'inferno — nè più mi soddisfa, malgrado la sua volgarità saturnale, il cielo di Maometto colle Peri alle porte e le Uris nelle sale, perchè questo è una festa da ballo e quello un concerto. No, la felicità non deriva unicamente nè dal bene o dal male; distinzioni vane se si pretendono assolute, nè dal bello nè dal brutto, nè dall'anima nè dal corpo: multiplo il mondo, multipla la vita, deve esser multipla la felicità: bisogna unire tutti i colori in un prisma, tutti i fiori in un mazzo, tutti i ritmi in una musica; ogni senso deve esserne saturo, la ragione invasa, la fantasia accesa: bisogna che in noi goda l'uomo e il fanciullo, l'animalità più bruta e lo spiritualismo più oltramondano: bisogna conservare il fremito della lotta quando la lotta è finita, che nell'armonia vi siano note scordate; nell'ebbrezza un po' di convulsione, nelle carezze un po' di solletico; bisogna che la vita senta la morte, come la primavera sente sotto i piedi gli ultimi brividi dell'inverno e sulla testa i primi baci dell'estate.
Gli Egizii tenevano uno scheletro nelle sale del banchetto, ed avevano ragione. Il bene e il male, due forme intimamente inesplicabili dell'essere, hanno a concorrere nella felicità, o l'anima non è commossa che a metà e la pienezza manca alla sua vita. Al di sopra di Satana e di Dio che si disputano il suo cuore, l'uomo riassume le loro due nature: ritto sopra il suo scoglio intende lo sguardo alla immacolata serenità del cielo e l'orecchio al rumoreggiare maestosamente perverso del mare: il pensiero gli vola lieve per gli spazii tremoli di armonie e di pianeti, e si culla sulle onde del mare pallide di spume e di minacce: egli sente tutto, deve tutto sentire, ma perdendosi nel cielo o nel mare perde il suo trono sublime. Così è dell'amore. La Grecia, fanciulla d'ingenuo genio, lo dipinse bambino alato e cieco: io lo concepisco invece, e se ne avessi la forza vorrei dipingerlo, vestito a bruno come un Amleto: le calze fino a mezzo la coscia, i calzoncini a sbuffi, il giustacuore e la mantellina ricamata di perle nere, e una collana di voluttuosi coralli al collo; gli darei una persona alta e slanciata, un viso ovale, capelli lunghi, un profilo minaccioso, sulle labbra un sorriso lascivo e negli occhi una vampa fatale. L'amore deve aver provato tutte le gioie e tutti i dolori: il suo aspetto essere quello di un dio maledetto.
Provasti mai la voluttà del male? Ma hai letto il Caino? Veduto piangerti sotto il petto una vergine sacrificandola? Non ti sovviene il grido della Sulamitide nel delirio della passione? oh! fossi tu mio fratello: ecco il letto dove fu corrotta tua madre! Il poeta di quel canto insuperabile doveva essere ben profondamente uomo, se coglieva la natura nel più intimo segreto.
Il male, amico, ha pure la sua bellezza e il suo fascino: mortali se vuoi, ma inebrianti. Leonida alle Termopili sulla fronte del suo battaglione non ci commove più di Nerone sulla cima della sua torre, colla cetra in mano, illuminato dai riverberi di Roma incendiata: l'occhio della gazzella ammalia come quello del serpente, il sangue ubbriaca come il vino. Ricordi quell'aneddoto nel pomposo e vano quaresimale del Segneri, di un peccatore moribondo, che incalzato dal prete a rinunciare all'amante, rispondeva smaniando non posso, non posso, e moriva con questa parola sulle labbra? Io la comprendo questa voluttuosa agonia nel male: l'inferno è lì spalancato, immensa voragine di fuoco e di fiamme: vi cadrò se non mi pento, se non rinuncio al piacere della lascivia ora che il senso è impotente: ebbene, no! l'amo ancora questa donna che appena morto mi tradirà, se non mi ha già tradito; mi rivolgo ancora alla memoria dei suoi amplessi, e tu puoi ben coprirti la fronte, povero angelo custode; tu, Dio, corrugare i grigi sopraccigli; tu, Satana, illuminarti di ebbrezza feroce: piuttosto dannarmi che cedere: io muoio intrepido col sorriso dell'orgia sulle labbra e la sfida dell'empio negli occhi.
— Male, sii tu mio unico bene, rugge il Satana di Milton, levando la fronte minacciosa alle porte chiuse del cielo.
— Padre, perdona, perchè non sanno ciò che si facciano, geme Cristo sulla croce, ed entrambe queste esclamazioni sono vere.
Ma ritorniamo all'adultera.
Perchè entro a notte nella casa dell'amico per violargli la moglie che ama, la quale gli ha dato due figli e tre sarebbero troppi?