—T'inganni, mio caro: nel Memoriale Sant'Elena Napoleone ha giudicato
Macchiavelli, in un periodo di molto imperfettamente.
—Io non l'ho letto e non lo leggerò mai; non ammetto Napoleone che scrive.
—E così che cosa pensi tu del Macchiavelli?
—Troppo per potertelo dire qui.
—Allora sei nel mio caso, che non ne penso nulla e non ne posso parlare affatto: parliamo dunque di Napoleone I.
Un urrah di sdegno allegro ha coperto quest'ultima minaccia di Fossa, che sedendo si è messo invece a parlare dei propri cavalli. Fuori nevicava. Malgrado che le fiamme brillino da tre mesi nel caminetto, la camera non è molto calda e gli amici debbono a ogni visita far crocchio intorno al fuoco. Io seguiva coll'avidità di un infermo, da quasi quattro mesi segregato dalla società, il loro cicaleccio che raccontava forse per la centesima volta una storiella del teatro.
Poi se ne sono andati tutti insieme, ma Fossa rimasto ultimo colla maniglia dell'uscio in mano, mi si è rivolto e:
—Che cosa pensi tu del Macchiavelli? Mi ha ripetuto burlescamente. Bada che al mio ritorno mi dovrai una risposta; ti concedo di restare a letto tutti questi giorni per scriverla se ciò te la renda più facile.
Ed è fuggito ridendo.
Che cosa penso io dunque del Macchiavelli, di questa sfinge intorno alla quale si affatica da tanto tempo il pensiero dei dotti, e che mutata in simbolo sinistro esprime pei volghi quanto di più profondamente perfido e serenamente cinico possa essere la natura umana? Che cosa vi è di vero nella parola macchiavellismo per Macchiavelli? Quale fu il suo pensiero nel pensiero del suo secolo, nello spirito della storia? Ha egli meritato l'iscrizione ampollosamente semplice che in Santa Croce lo dice superiore ai due più grandi uomini dell'Italia, Dante e Michelangelo—Tanto nomini nullum par elogium?—La sua azione nel mondo fu uguale alla loro, e le sue scoperte ne mutarono il concetto come quelle di Galileo, che gli è modestamente accanto nel medesimo tempio?