Certo che di lui possa chiedersi questo è già tale complimento che vale poco meno dell'epitaffio fattogli dal Ferroni, oggi ancora citato fra i più belli della letteratura lapidaria.

Le vicende della vita e della fama del Macchiavelli si rassomigliano molto. Entrambe furono contrastate dal tempo, aspreggiate dalla miseria, quasi soffocate nell'oblio. Le sue opere maggiori stampate, lui morto, non ottennero subito troppa stima; il pensiero non ne fu giudicato grande, la forma perfetta. Solo il Principe colpì lo spirito del pubblico, e mantenendovisi come nello spasimo di un problema, parve salvare da una probabile dimenticanza il nome di Macchiavelli. I pochi contemporanei amici del Macchiavelli che l'avevano letto, non gli dettero, quantunque apprezzandolo, un briciolo dell'importanza che doveva poi acquistare: l'autore stesso non lo stimò mai tanto e non avrebbe osato ripromettersene la celebrità fino ad oggi triste ma universale.

La battaglia, che contro questo libro incominciarono primi i gesuiti, mutata presto in guerra, ne ebbe ogni vicenda gloriosa ed infame. Tutti vi entrarono, grandi e piccoli; uomini lo spirito dei quali doveva morire con essi, e uomini dei quali l'anima è rimasta nella storia mondiale. Poichè la politica è il motore e l'involucro della vita sociale, ognuno sentì il bisogno di decidersi in faccia al problema del Principe. Ma il suo concetto era vero nella politica umana? Il governo dell'uomo non essendo che l'azione del suo spirito collettivo sul suo spirito individuale, che debbono essere uguali sotto pena di essere inconciliabili, gli aforismi della politica possono davvero non essere che aforismi di psicologia?

La battaglia che il Principe ha sostenuto e sostiene ancora contro tutti, decideva dell'onore dell'umanità: il Principe la dichiarava naturalmente cattiva, essa si affermava naturalmente buona.

La durata della guerra è in favore del Principe, benchè la vittoria debba restare fatalmente all'umanità.

Il Macchiavelli nacque nel secolo forse più ricco d'ingegni per Firenze. I tempi erano grossi politicamente, la repubblica in continuo pericolo: la forma politica del Comune stava per tramontare in quella più larga e più alta degli Stati nazionali. La Spagna aveva già compito la propria unificazione, l'opera di Luigi XI in Francia era già sicura, Lutero preparava colla Riforma la grande costituzione dell'Alemagna. In Italia l'equilibrio studiato e ottenuto da Lorenzo il Magnifico, altrettanto fino politico che poeta, era cessato: i Francesi l'avevano invasa e non se n'erano andati che per ritornare.

Pisa ribelle a Firenze si avvicinava ad un'agonia senza gloria, profetando nella propria fine quella di tutti i municipii ancora liberi nei vecchi ordini, o indipendenti per le armi di qualche signorotto isolato nella disgregazione del sistema feudale. Genova era in preda alle ultime fazioni famigliali osteggiantisi per la supremazia: Venezia erede della universalità e del governo romano era cosmopolita nel commercio e aristocratica nel patriziato, palladio e tiranno della sua vita più ampia che nei regni recentemente riuniti, più florida che nei comuni meglio dotati, più duratura che nelle stesse monarchie destinate a prendere il posto delle repubbliche. La Romagna, la Marca e l'Umbria lacerate dagli ultimi feudatari conniventi o contrastanti coi papi vivevano nella miseria e nei massacri. Milano dopo il dramma astuto e infelice del Moro si accorgeva di non avere ormai più signore indigeno, e si preparava alla gloria umiliante di un vicereame conservando nella nuova tendenza alla servitù la cupidigia conquistatrice, che l'aveva resa nemica di Venezia e per un momento quasi arbitra d'Italia. Al di sopra dell'Italia oltre le Alpi si alzava l'ombra del sacro romano impero, autorità mistica e brutale, che pesava ancora sulla coscienza italica come un dogma, e discendeva tratto tratto su tutti i governi della penisola come una rapina.

La Francia più piccola ma più unitaria della Germania, nella quale la putrefazione della feudalità e il disgregamento dei Comuni impediva quasi ogni coesione di Stato, ricordava contro di essa le pretensioni imperiali di Carlo Magno, studiando intenta l'Italia come futuro campo delle battaglie che dovevano decidere quale sarebbe il primo popolo d'Europa. La Spagna sbarcata a Napoli sconfiggendovi gli ultimi Angioini e sovrapponendo la propria dominazione alla loro, vi aveva fondato una monarchia, la quale malgrado l'ostacolo di Roma immobile e invincibile nel mezzo d'Italia, non rinunciava alla brama di allargarsi in reame italiano. Al nord di Genova tra le Alpi, alla testa di montanari indomiti quanto astuti, poveri e capaci di tutto per arricchire, la casa di Savoia piccola, poco pregiata, male conosciuta, chiamata per disprezzo portinaia d'Italia, spiava notte e giorno colla passione instancabile del cacciatore l'occasione d'impossessarsi di qualche stanza nel palazzo che era pronta ad aprire a tutti gli stranieri.

Non vi era nazionalità, non stato, non governo, non politica italiana. Il papato solo poteva tratto tratto sollevarsi e parlare d'Italia o di giustizia, ma oltrecchè essendo universale per istinto non avrebbe potuto costringersi nella storia italiana senza annullarsi, i suoi istinti e le sue necessità di regno lo costringevano a maggiori contraddizioni e a più inintelligibili mostruosità. Talvolta il pontefice non era che il re di Roma, usufruttuario di un regno per lui intangibile come un fidecommesso; tal'altra un dinasta, che non potendo trasmetterlo alla propria dinastia tentava d'ingrandirlo per cederne così le accessioni. Poi il papa era pontefice capo della cristianità minacciata ora dal solo scisma che dovesse restare davvero importante nella sua storia.

Intanto il cinquecento si avanzava brillando. Tutte le arti rinate con Dante, il più grande artista dell'umanità, divenute adulte, si riunivano a Michelangelo quasi per finire come avevano cominciato; l'erudizione aveva disseppellito pressochè tutto il mondo classico e cominciava ad intenderlo; Colombo scopriva l'America, Copernico dava il moto alla terra, Lutero la libertà alla coscienza, Raffaello l'ultima bellezza alla forma, Ariosto l'ultimo poema alla poesia; Giulio II era l'ultimo guerriero del papato, Firenze doveva essere l'ultimo Comune italiano.