La coscienza italiana era vuota e torbida al tempo stesso; nessuna dignità di popolo o tradizione o ideale. Roma antica, straniera all'intelletto e al cuore, non viveva più che nelle memorie e nelle immaginazioni dei letterati e del volgo; la religione, divenuta superstizione in basso, traffico ed impero in alto, mescolata di magia, ignorante e scostumata, nata di una tragedia sul Golgota, sembrava finire in un carnevale che era un'altra tragedia per l'Italia e per la coscienza umana. La filosofia ospitata dalla religione nella bufera del medio evo n'era tuttavia la serva: San Tomaso guidato da Aristotile la signoreggiava; la scienza, senza vero passato, non accennava ancora a un sicuro avvenire. Però Copernico, Guttemberg, Colombo, sconosciuti l'uno all'altro, si erano misteriosamente intesi per guarantirla: la storia si dibatteva invano fra le fascie della cronaca, la lirica morta nei giardini di Lorenzo il Magnifico era già dimenticata, l'ultima epopea della cavalleria era più che mezza satira, la prima tragedia e la prima commedia non sarebbero state vitali.
Il rinascimento è un soldato, ha detto poeticamente il Michelet: il rinascimento è un assassino, non ha osato dire il Ferrari pur lasciandolo intendere, ma quando il Macchiavelli entrò nella vita, gli assassinii erano ancora frequenti e i grandi condottieri usciti dalla scuola braccesca e forzesca quasi finiti. I venturieri esteri avevano già preso il sopravvento. Nessuna figura di principe folgorava nelle armi, nessun generale proseguiva la gloria di Niccolò Piccinino; l'ultimo soldato d'Italia e il suo ultimo eroe, Giovanni Dei Medici e Francesco Ferruccio erano ancora sconosciuti.
Ma l'Italia era nullameno l'unico paese nel quale brillassero la civiltà e la ricchezza. Oltre le Alpi molte fiaccole s'andavano accendendo per la tenebra medioevale senza che il loro chiarore potesse vincerne la notte: al di qua delle Alpi invece il sole dell'antica Grecia illuminava capolavori che avrebbero fatto dubitare di sè stessa la coscienza greca. I fieri feudatari mutati ora in pomposi signori riunivano la ferocia della barbarie alla crudeltà della decadenza, mentre il popolo, piuttosto cliente che vassallo, parteggiava per loro meglio che non li servisse, e le classi sociali distinte come nel resto d'Europa erano ravvicinate dal commercio più vivo che altrove, dall'industria più progredita, dall'arte passione di tutti, dalla religione complice delle passioni di ognuno.
La lingua, l'arte, il papato, l'antichità romana, il progresso presente, la stessa mancanza di stato in tutti i governi della penisola e la condanna che pesava sopra ognuno di essi di non potere unificare l'Italia nè fondersi con altre nazioni; Dante, Michelangelo e Colombo, ecco le glorie e le ragioni della ideale unità della vita italiana, mentre la storia delle altre grandi nazioni europee aveva già raggiunto o stava per raggiungere l'unità politica.
Dante aveva conchiuso il medio-evo, Michelangelo riassumeva il risorgimento, Colombo apriva l'avvenire: tutto il mondo si accodava a questi tre italiani. L'Italia, palestra dell'Europa, non doveva chiudersi in nazione per non negarle la propria civiltà.
Macchiavelli, è stato detto, fu la coscienza italiana che nelle proprie contraddizioni meglio riflettè ed espresse le antitesi di tale posizione storica.
Niccolò Macchiavelli nacque, come si direbbe oggi, di buona famiglia: la casa non era ricca, il padre morì presto. Non si hanno del giovine le solite notizie profetanti un grande avvenire; fu educato assai bene come usavasi allora che la coltura era al tempo stesso distinzione e passione di classe. Michelangelo a ventinove anni aveva già compito parecchi capolavori, Macchiavelli invece, non distintosi in Firenze tutta piena d'ingegni, che fra un cerchio abbastanza ristretto d'amici, ottenne a stento fra quattro concorrenti l'ufficio di segretario col titolo di cancelliere della seconda cancelleria del comune. Il posto era meno che grande, il grado non illustre, ed egli l'illustrò. Marcello Virgilio Adriani, umanista importante, allora segretario di Stato, lo predilesse: era gonfaloniere Piero Soderini, onesta mediocrità che posta fra due tragedie, la cacciata e il ritorno dei Medici, finì per sembrare comica a tutti.
La politica minuta, abile e feroce, di tutti i piccoli Stati italiani era allora nella massima attività. Ogni avvenimento non preveduto o mal calcolato poteva decidere dell'esistenza dello Stato. Firenze divisa fra le parti pallesca e piagnone viveva di ringhii; i nobili quasi tutti nemici della repubblica o nemici dei Medici solo per rivalità; la plebe delle piccole arti ancora memore delle lautezze medicee ne agognava il ritorno; le grosse arti rappresentate dalla borghesia propendevano a libertà che per loro era naturalmente impero nel comune.
Nessuna milizia, molte ricchezze, commercio incredibile, arte quale i secoli posteriori più non videro e forse non vedranno; poi Massimiliano imperatore di Alemagna, signore titolare del comune, sempre pronto alla minaccia e a quietarsi per danaro, Ferrara preda agognata da tutti e quindi pomo di discordia, Pisa ribelle e guerreggiata, Alessandro Borgia a Roma, Francia sulle mosse per calare in Italia, la Romagna contrastata fra i Veneziani e il Papa, i Medici espulsi che mestavano in ogni imbroglio diplomatico e in ogni diverbio cittadino.
Questa la condizione delle cose.