In un passato poco lontano si era fatto una forza paesana col mettersi al servizio del danaro piemontese, frutto dei primi risparmi accumulati nella prima trasformazione industriale di Torino, e lo gettò nella voragine edilizia di Roma, preso anch'egli dalla febbre dell'improvvisazione, che ardeva la nuova capitale: un altro vi sarebbe perito intero, egli non vi perdette nemmeno la fiducia del proprio gruppo, forse perchè la sua vita privata aveva una rara, originale onestà.
E questa potenza lo sorregge ancora.
Elastico quanto Depretis, quantunque meno agile ne' movimenti e fecondo nel pensiero e pronto nella parola, egli tratta la combinazione di un ministero come quella di un affare, fa ogni offerta e l'accetta, se paia convenire al momento; crede poco alle idee o ai partiti e meno agli uomini: non è un dominatore ma un direttore, sa le debolezze di tutti, e nessuno lo ha ancora toccato col ferro nella sua. Adesso è presidente dei ministri per la seconda volta.
Prima gli conveniva lasciar passare l'epilogo di Zanardelli, ultimo retore girondino o giacobino, come meglio piaccia, invecchiato subalternamente nella camera e nei ministeri, quando per governare bene o male bisognava avere una personalità inconfondibile; e Giolitti entrò dietro di lui per dominarlo dal disotto, lasciandogli il compiacimento di cantare le ultime romanze fra le ammirazioni ingenue della sinistra e i ringhii rattenuti della destra: ma egli solo governava, promettendo tutta la libertà ai ribelli così accomodanti della montagna e gittando tratto tratto un gran gesto protettore ad un'altra vetta più alta.
Perchè tutta la sua politica, e lo disse, era opera di salvataggio dai pericoli del '98, nei quali la paura e l'inesperienza di tutti avevano creduto di vedere attraverso, per la vacuità stessa della insurrezione, un baratro. Pelloux, non uso come generale alle vittorie cruente, come ministro si compose una sconfitta assurda ed insanguinata; Sonnino, che compagno di Crispi aveva avuto il torto di scemargli l'energia nell'impresa di Africa, negandogli, ministro delle finanze, il danaro della battaglia prima e della rivincita poi, gli era succeduto invano nel comando della maggioranza, e, incapace anche questa volta di assumere la responsabilità della repressione, tentò servirsi di Pelloux come di un paravento, che la bufera parlamentare spazzò subito scoppiando più furiosa sopra di lui.
Ma siccome una rivoluzione non vi era stata, e la rivolta stessa nemmeno meritava questo piccolo nome, la reazione parve quello che era, senza idea, senza forza, senza persona: quindi una riscossa metà ironica e metà sentimentale riportò in alto la sinistra.
Zanardelli vi figurava come il personaggio storico, se per lui tale aggettivo non paresse troppo grande; Giolitti ne era l'uomo più vivo.
La monarchia usciva allora insanguinata da una tragedia regale, che aveva profondamente addolorato la nazione, e un re nuovo, giovane, fidente entrava nell'arringo, superbo di gridare una nuova parola, di credere al popolo e di essere da lui creduto.
Il tema era bello e avrebbe potuto essere grande per un uomo di stato.
Sciaguratamente per tutti nè Zanardelli nè Giolitti lo erano: quegli proseguì nella vecchia rettorica legislativa, questi esagerò il pericolo della passata reazione e l'urgenza delle nuove necessità sociali per apparire a destra come un salvatore e a sinistra quasi un compare.