Perchè?
Quale pericolo nuovo, non ancora visto dalla mente dei più acuti pensatori, minacciava la vita della terza repubblica francese, che sorta dalla catastrofe di Sédan aveva potuto in trent'anni riparare i guasti dell'ultima sconfitta napoleonica, rifare esercito ed armata, dilatare l'orbita del proprio dominio coloniale, raddoppiare ogni valore di terre e d'industrie, logorando con una politica abile e tenace tutti i residui delle forme monarchiche sopravvissuti al disastro delle singole dinastie?
Da Thiers a Waldek-Rousseau, forse la Francia non vide mai alla sommità del proprio governo più ricca fioritura di uomini illustri e più presto mietuti nelle battaglie parlamentari; ma uno stesso programma si compiva, malgrado ogni rovina personale, risollevando la nazione nel concetto del mondo e mantenendole il nobile e così difficile primato di antesignana nella marcia della democrazia e nell'avvento della libertà.
Invano gli avanzi monarchici tentarono in una estrema coalizione l'ultimo sforzo: mancava ad essi la continuità della tradizione, che mantiene nei cuori coll'entusiasmo della fede l'abitudine della credulità, e la gloria di una bandiera nelle mani di un uomo nato alla vittoria; non un principe, fra i pretendenti, aveva mai visto una battaglia, non un generale, fra quelli disposti a vendere la spada, possedeva nemmeno l'anima di un reggimento per gittare all'aria il primo grido di rivolta. Boulanger fu un giullare della reazione, Deroulède un buffone da caserme, nelle quali le sue canzonette militari avevano potuto introdursi fra tutte quelle altre di piazza: entrambi insidiando la repubblica, non poterono contrapporle francamente la monarchia, e decaddero nella estimazione della folla prima ancora che l'impresa avesse arrischiato un uomo ed alzato un labaro.
La monarchia non poteva ancora risorgere in Francia; come dunque la repubblica sarebbe stata in pericolo? Ogni esperimento monarchico era stato esercitato nella patria francese dopo la sua grande rivoluzione, che interrompe come una immensa giogaia la storia regia d'Europa: la prima ristorazione legittima era finita all'esilio di Carlo X, ultimo re borbonico nel quale il popolo aveva ancora potuto vedere la nobiltà maestosa di un trono e di un diritto secolare: Luigi Filippo non fu che una transazione e una transizione fra l'abitudine della servilità plebea e l'orgoglio della nuova sovranità popolare, ma il suo diritto non potè mai essere chiarito e il suo potere, costretto a vivere di espedienti, si logorò in un'opera senza virtù di elevazione storica.
Così cadde alle prime impazienze repubblicane senza che la repubblica avesse ancora compita la propria assisa, e l'estrema forma cesarea si produsse quindi nell'arringo con Napoleone III. La prova lunga non fu senza qualche gloria, mentre la bandiera francese entrava trionfatrice a Milano fra gli osanna di un popolo liberato e respingeva quella russa dalle mura vinte di Sebastopoli, ma un impero di avventure come quello del primo Napoleone non poteva essere rinnovato fuori della propria bufera, che aveva sconvolto e fecondato tutta l'Europa.
Il nipote somigliava allo zio come un'armatura ad un guerriero: il secondo impero dopo il primo pareva quello che era: un fodero senza lama, una corona senza testa, uno scenario romantico per una tragedia classica, nella quale l'attore principale pretendeva di essere anche il poeta.
Il poeta era invece a Guernesey e soffiava contro il teatro e contro gli attori i propri versi pieni di tutta la collera del mare, lampeggianti e sonanti come le bufere.
Chi avrebbe dunque potuto rovesciare la terza repubblica?
Se le bande dell'impero e i banditi della Comune, aiutati dall'immensa invasione prussiana, non erano riusciti ad impedire questo avvento, era facile credere che dopo sarebbe stato loro anche più difficile rovesciare il nuovo governo. E così fu: dalla commedia di Boulanger al dramma di Dreyfus sino alla farsa di Deroulède, ogni tentativo fini egualmente nel ridicolo: i pretendenti apparivano anche minori dei propri partigiani, e in questi la passione dell'avventura non bastava più ad improvvisare il coraggio della ribellione e la fede della propaganda. Erano dei critici, ai quali gli errori dei governanti potevano dare impunemente ragione, giacchè per ottenere dal popolo il permesso di rovesciare il suo governo bisogna avergli prima inspirato la fede e la speranza in un altro.