17 gennaio 1905.

UNA VISITA

Barrès è candidato alla Accademia francese.

Riuscirà dove Balzac e Zola fallirono, l'uno avendo pur conquistato alla Francia la sovranità dell'arte moderna sul mondo, l'altro avendo regnato nell'arte del proprio tempo come un tiranno plebeo e massiccio, duro ed onesto, violento sino allo scandalo e novatore più nella volontà che nel pensiero? Ovunque e sempre le accademie non furono un indice sicuro nè del valore negli eletti, nè del giudizio fatto su loro dal pubblico.

Maurizio Barrès è oggi in Francia forse l'ingegno più individuale: vi è qualche cosa del suo nome nella sua anima, una sbarra di acciaio, luminosa e sonora. Non saprebbe piegarsi senza rompersi: nulla ha potuto appannare la sua brunitura: è sottile e penetrante, un'arma e un ostacolo: come tutte le armi ha la frenesia di uccidere, come tutti gli ostacoli la superbia di essere infrangibile.

Egli è un solitario, sdegnato, insolente, che domanda sempre alla propria superiorità la giustificazione della propria opera: campione dell'individualismo, adora in sè medesimo il più compiuto degli individui: sogna nel passato e ne getta i sogni all'avvenire come una rivelazione.

Per lui il mondo non vale la Francia, anche quando nella febbre malarica delle polemiche insulta come un figlio la madre: per lui la salvezza di oggi e di domani è nell'energia della coscienza individuale contro l'incoscienza democratica delle masse, alle quali l'elettorato rimise il comando della politica, prima che la tradizione ne avesse loro appreso la profonda, sovrana abilità.

Come molti, troppi forse, Barrès è un ribelle alla piazza: detesta le sue elezioni, i suoi capi, i suoi programmi immediati e voraci, la volgarità delle sue conquiste, la brutalità delle sue negazioni. La sua fede anzi è una negazione del volgo, sul quale vorrebbe regnare come un imperatore e non sa; e vorrebbe forse trattarlo, come già fecero Giulio Cesare e Napoleone, gettandolo all'aria quale un pulviscolo fecondatore, gittandolo nelle fauci della morte quasi un'offa, per guadagnare il passo supremo nella tragedia di un'idea e di un'epoca.

Egli è nazionalista e patriota: un vizio e una virtù.

Nazionalista, odia la repubblica e non ha una monarchia, perchè la monarchia è così morta da gran tempo nella Francia, che non vi si veggono neppure più i resti del suo cadavere. Patriota, la sua patria è l'individualità della Francia alta sopra sè stessa e contro il mondo: una Francia vibrante di originalità e di creazione, vivente di applausi e d'incensi, rossa di lavoro e di passioni, insaziabilmente capricciosa, e così dama da non volere, non accettare se non ciò che è signorilmente bello nell'idea e nella forma.