Dio stesso non poteva passare attraverso l'anima e le pagine di Barrès che come il più alto degli individui: pensiero diventato volontà nella creazione, giustizia di giustiziere nella storia, provvidenza di primogeniture e di elezioni nella vita. Quindi egli ha pensato, scritto, ma non mai operato, in un sogno di grandezza che talvolta arrivava all'empietà: ha vantato tutto, i fantasmi della potenza, imperatori e gesuiti, i santi e gli eroi; sentinella di confine sempre colla spada nel pugno e la lanterna accesa la notte, cavaliere di torneo coi colori della Francia nella fascia e la frenesia della vittoria negli occhi; poeta nella prosa come pochissimo nel verso; originale non nell'idea ma nel sentimento, vivo ancora più nell'accento che nella parola.
I suoi libri hanno lo squillo della diana: sferzano i desti e i dormienti, gridano la battaglia e vantano la morte per passione di vita.
L'accetteranno all'Accademia?
Ne dubito.
Egli non è un grande, ma un vivo: Rostand, invece, non vi è nemmeno un morto, poichè non visse mai in nessuna delle proprie figure e i suoi versi stanno alla poesia come il tamarindo al vino.
Ma Barrès ha dato la vita a qualche fantasma: ricordate i paesaggi di Aigues-mortes, i Deracinés, quella pagina rovente, lugubre, spaventevole contro Dreyfus, quando condannato gli strapparono i galloni dinanzi ad una compagnia di soldati pallidi di collera e di silenzio: una pagina che è un capolavoro e basta sola all'immortalità di uno scrittore? Quanti in Italia ne hanno scritto una simile? E non parlo dei letterati gloriosi e glorificanti la scuola, ma degli artisti, dei poeti, degli scrittori veri, saliti nella vita e per la vita, rinnovando, creando quello che in Italia non c'era, la lingua, lo stile, la figura, la parola vivente.
Adesso i giornali francesi attaccano Barrès: il Matin gli rinfacciava ieri quel magnifico opuscolo. Una visita sopra un campo di battaglia: ed è giusto: nello scorcio di quel libretto vi è tutto Barrès. Egli vanta la guerra, la strage dei soldati morti per difendere la Francia contro la razza tedesca: l'odore della polvere e del sangue lo ubbriaca, le ferite sanguinano eloquentemente, i feriti hanno una maestà che domina la vita e la morte, i morti composti nella eterna bellezza di un quadro trionfano immoti.
Eppure Barrès non sa o non vuol sapere che il suo individualismo, così intrattabile ed imperatorio, è cliente di un tedesco ben più altero, e poeta e filosofo originale, Federico Nietzsche. Questi è l'avversario di Carlo Marx; egli solo ha saputo rispondere alla esagerazione del sistema socialista con un'altra esagerazione, che involgeva e sollevava tutta l'anima umana in una religione e in una idolatria dell'individuo in mezzo a tutte le bufere della vita, fra i più vasti orizzonti della storia, fin sulle cime più inaccesse del pensiero.
Tale risposta era inevitabile, poichè la legge del binomio domina vita e storia.
E dopo Nietzsche pullularono ribelli ed individualisti, la moda vi si mescolò, la ribellione alla piazza fu un nuovo vanto aristocratico, l'originalità di chi non ne aveva un'altra, la volgarità degli ultimi falsi eletti contro il volgo, che saliva scomposto, deforme, informe forse, ma saliva e giustificava colla forza incontrastabile della ascensione il proprio diritto.