Non vi è originalità nè verità contro la massa e il ritmo de' suoi periodi: il genio supera la folla e non la nega, l'eroe serve il popolo e non lo schiaccia, l'individuo per diventare grande deve esprimere non sè stesso ma una gente.
Che cosa resterà dei libri pur così belli di Barrès?
Che cosa resta degli incendi?
21 novembre 1905.
INUTILITÀ
L'altro ieri si è chiuso a Roma il congresso dei liberi pensatori, e adesso ancora molti, fra i pochi che pensano, si domandano curiosamente perchè mai si sia aperto. Certo la libertà del pensiero è la stessa libertà della vita, come questa invincibile attraverso le fasi di tutti i tempi e le tragedie di tutti i popoli, più profonda di ogni legge e più forte di ogni volontà.
Il pensiero non può essere imprigionato, nè mutilato: dal suo mondo invisibile esso impera sui mondi, che la sua forza ha realizzato nelle formole della più ortodossa metafisica, o che esso soltanto può intendere gradualmente secondo le filosofie materialistiche: ma sempre e per tutti il pensiero è l'essenza sovrana della vita, l'unica superiorità dell'uomo sopra i suoi simili.
Ma il pensiero ha per rivale il pensiero, ed ecco la storia de' suoi conflitti sui campi di battaglia e nelle scuole, nei templi e nelle aule, sulle alture della poesia, dalle quali i poeti si scagliano le frecce avvelenate dei versi, e sui culmini della scienza, dalla quale i filosofi precipitano colla frenesia imperiale dei sistemi, per i deserti luminosi dei cieli che Dei e sacerdoti incendiano di lampi o scrollano coi tuoni, perchè sulla terra i terrori si aggruppino alle speranze, e la fede si rinfiammi nella purità della propria luce.
A Roma il congresso ha chiacchierato di molti temi, ma non ha parlato che contro il Vaticano, come il papa, che adesso vi abita e non vi regna più, potesse ancora interdire al pensiero il volo verso certi orizzonti, o proibire nelle sue varie e multiple espressioni alcune parole o qualche forma.
Gli oratori, e alcuni erano illustri davvero nelle scienze, si davano il cambio alla tribuna, le voci mutavano, ma quel rimprovero al passato di Roma papale cresceva sempre di tono, si acuiva quasi in uno spasimo di vendetta, quando dalle lontananze medioevali della storia gli echi rimandavano ancora i gemiti dei primi martiri dell'incredulità, e la fiamma, che arse Bruno, pareva riavvampare nel sole sulle vetriate del Collegio Romano. I rappresentanti francesi, al solito i più eloquenti, vibravano della passione patriottica aizzata dalla guerra, che il presidente Combes ha scatenato contro tutte le congregazioni, ree di avere pazzamente sognato per l'ultima volta di rovesciare la repubblica nel nome di una monarchia già da troppo tempo tramontata nella storia, per un fantasma di re, al quale non hanno saputo ancora dare nè un nome nè una bandiera. E nel tumulto della eloquenza, colla ingenuità caratteristica di tutte le folle adunate da una qualche idea, fra applausi che scrosciavano quasi chiome d'alberi al vento, si è affermato che Giordano Bruno, un errabondo dilettante di filosofia e un artista insignificante, fu il martire più illustre della libertà intellettuale e il pensatore più efficacemente decisivo nell'opera della modernità: si disse che la breccia di porta Pia fu la suprema vittoria del pensiero laico contro il pensiero religioso, mentre quello aveva già ovunque superato tutti gli ostacoli di questo e per la piccola breccia, una fessura che il sangue di pochi soldati arrossò appena, non salì che la nuova monarchia nazionale d'Italia, non a spegnere in Vaticano l'idea cattolica, ma ad occupare soltanto il palazzo estivo dei papi, proclamando finalmente dal Campidoglio la trionfante unità della nostra storia.