Secondo Malachia ancora, a quel lume succederà una fiamma: cerchiamo quindi di crederlo per mantenere almeno fede al progresso della storia.

25 luglio 1903.

IL VINTO

Lo hanno già dimenticato.

Gli osanna salgono ancora, e lungamente dureranno a salire stormendo come un volo di colombe intorno alla fronte del vincitore, ieri soltanto rivelato da una improvvisa elezione alla devota riverenza del mondo. Il vincitore era quasi un ignoto, malgrado il suo grado di patriarca a Venezia, la capitale dei sogni, ancorata nella laguna come una nave fantastica, pronta forse a salpare dietro l'appello di un poeta; il vinto è un illustre, che per venti anni regnò sul mondo dall'ultimo gradino del soglio più alto fra tutti, così alto che le anime affisandovisi aprono inconsciamente le ali al volo. Egli era un principe della propria casa e della Chiesa: gagliardo nel corpo, severo nel volto, austero nella vita, gran signore nel gesto, diplomatico nella parola, uomo di stato nel pensiero. Per venti anni era stato la mente segreta e il segretario palese di Leone XIII, il pontefice quasi divinizzato dalla longevità, e che appariva come un fantasma bianco ai credenti, pei quali un fantasma di Dio è indispensabile forse quanto Dio stesso. Il pontefice non era prima stato un cardinale illustre: anch'egli era conte, ma l'aristocrazia provinciale della sua casa non era bastata a dargli l'altera elettezza di coloro nati al comando: poi la tormenta della rivoluzione italiana l'aveva sorpreso a Perugia, e l'inferiorità dello spirito aveva abbassato il cardinale ad una reazione infelice nell'opera, più infelice nella intenzione. Pio IX parve lungamente dispettarlo, ma alla morte di questo, come spesso accade, il partito di opposizione alzò Pecci al pontificato. Il passo era grande, non l'uomo.

Nullameno il papa superò il cardinale. La sua funzione essenzialmente decorativa si compiè attraverso una lunga fortuna di atti politici e religiosi: con lui e per lui il papato, libero dalla zavorra del potere temporale, si innalzò sulle acque, e come sotto un soffio dall'alto riprese il proprio corso trionfale sull'oceano della storia. Il papa rimaneva prigioniero di sè stesso nell'immensa, caotica reggia del Vaticano, ma gli altri sovrani, diversi e talvolta nemici a lui per religione, s'inchinavano riverenti alla sua sovranità, la sola davvero indipendente dall'assenso delle moltitudini, e lo invocavano arbitro delle proprie contese.

Egli accettava, giudicava, ma il pensiero forse non era suo.

Certamente non è facile, neanche adesso, supporre in quel mediocre (e l'aggettivo è forse ancora indulgente) traduttore di Orazio e cantore di santi, senza che mai un verso bello gli sfuggisse sotto la penna, un ingegno di artista e uno spirito di pensatore. In alcuni scritti volgarmente scolastici, si era affrontato col Gioberti, ma in questo magnifico tribuno della filosofia non aveva indovinato nè la bella originalità degli errori politici, nè la tumultuosa grandezza delle improvvisazioni teoriche: Gioberti non era forse un filosofo, in un secolo che si apriva con Kant e doveva chiudersi con Spencer, ma il cardinale Pecci non poteva nemmeno capire di lui la contagiosa eloquenza e quella affascinante mobilità, per la quale, in una vita così breve e gloriosa, era passato per tutte le antitesi del trionfo e della sconfitta.

Papa Pecci invece trionfò sempre nel proprio pontificato.

Era un mediocre, e soltanto di questi è il trionfo senza tempeste, la gloria senza battaglie: poi l'isolamento in una immaginaria prigionia, la vecchiezza e la purità della vita, l'apparente santità dell'ufficio, l'incomparabile altezza del grado, il prodigio lungo della vittoria sugli anni, che non scolpivano nemmeno più la sua maschera, già consacrata dalla adorazione, compierono il miracolo, nel quale parve quasi più che un uomo. Indarno tratto tratto il genio ironico della vita sembrava compiacersi a scoprire una volgarità su lui o dentro di lui, qualche cosa di avaro nella sua parsimonia, di pedante nella sua parola, di vacuo nel suo pensiero, d'insufficiente nel suo carattere; invano il cumulo crescente dei problemi, che la modernità gitta sulla religione e sul papato, rendeva ogni giorno più piccola la sua figura; indarno al grido angoscioso dell'Irlanda, agli urli mortali dell'Armenia egli tacque, e il suo fu un silenzio di deserto: il mondo ammirava e adorava.