Il papa doveva essere grande, perchè nulla è più grande del papato: Pecci era ieri un mediocre, Sarto è oggi un piccolo, ma il papato, sicuro dell'indomani, è piuttosto abituato a dare la grandezza che a riceverla. Nel secolo passato nessun papa fu grande: forse Gregorio XVI solo, nell'aspra fierezza del carattere e nella guerriera audacia dell'ingegno, avrebbe potuto, se aiutato dai tempi, apparirvi originale. Originale invece la gloria dei nuovi dogmi e delle ultime catastrofi rese Pio IX, amabile temperamento teatrale, incaricato di esaurire il più magnifico repertorio senza intendere mai il valore del dramma o il motivo della scena.

Dopo lui, Pecci inizia un'epoca nuova: il papato non ha più regno e deve risalire all'impero spirituale raddoppiandolo: tutte le monarchie oscillano, tutti i re non lo sono più che per decreto o tolleranza di popolo: il papato solo rappresenta ancora la sovranità ideale, inaccessibile alla marea dei partiti, non oscurabile da nebbie di opinioni, la più antica nella tradizione, Tunica che parlando a nome di Dio possa identificarsi con lui, cadere soltanto s'egli cada dalla sommità delle anime.

La missione era grande.

Saprà il nuovo papa adempirla?

Di lui adesso troppi parlano e troppo. Come per gli eletti improvvisi della fortuna, si fatica già a fabbricargli un passato: si cerca e si suda a mettere una poesia nell'ordinaria povertà della sua infanzia; si accattano le sue più lontane parole, e si forbiscono e si urtano l'una contro l'altra per trarne una sonorità.

Ma il suo passato resiste al presente: niente di quello poteva far presagire questo: il piccolo chierico di Riese, il seminarista, il parroco, il vescovo, il patriarca sono sempre in lui lo stesso uomo e lo stesso prete, coll'animo buono senza impeti eroici e senza squisitezze poetiche: buono come lo è il fieno fra i bicchieri per impedire che si rompano; buono, ma al disotto di ogni originalità nel dolore, al di fuori di ogni modernità nell'opera.

Di lui non una parola prima fu nunziatrice di un pensiero di guerra o di pace; non una idea trasparì dal suo silenzio come un lampo di calura nel fondo delle notti estive, una fiamma improvvisa sul fianco lacerato di un vulcano.

La sua più preziosa qualità è di essere rimasto quale nacque: un contadino di villaggio, docile ed ostinato, capace di imparare il comando nell'obbedienza a qualunque superiore, senza averne il segreto in sè stesso; semplice e furbo, colto soltanto sino alla decenza, spontaneamente onesto, inetto alle grandi ambizioni per la povertà dell'ingegno e la mediocrità del cuore.

Ma in lui, per lui, con lui trionfano i piccoli e gli umili: è Riese che domina Roma, è un contadino che si alza sui re, un ignaro che sovrasterà ai sapienti, un galantuomo che sarà diventato imperatore senza averlo nemmeno desiderato.

Basterebbe questo alla gloria del papa e del papato.