Ma fossi pure unico in Italia, io m'inchino da lungi, in una solitudine forse più deserta, davanti alla grandezza della sua sconfitta, alla superbia del suo silenzio.
12 agosto 1903.
SCAGNOZZI E CAGNOTTI
Nell'atrio del tempio, per la grande festa pasquale, Gesù brandì in un impeto di collera divina la corda a cacciare i mercanti.
Pio X leva adesso la scopa, con gesto iroso, sugli scagnozzi che sporcano le vie di Roma colle ombre della loro miseria. E minaccia l'espulsione dalla città sacra, sulla quale il gran tempio cattolico alza la cupola enorme e al disopra di essa la piccola croce, simbolo di redenzione a tutti i poveri, agli abbandonati della vita, ai naufraghi del dubbio, ai superstiti della tragedia, agli erranti convenuti da presso e da lungi, stranieri di lingua e di razza ma fratelli nella mendicità dell'anima e del corpo, che si ostinano a credere e a sperare.
Nessuna povertà pari alla loro, nessun abbandono più lugubre. Questi scagnozzi, pei quali la satira popolare inventò il nome, sono preti senza chiesa: avevano già per essa abbandonata la propria casa, e la chiesa dovette rigettarli sulla strada, vagabondi senza meta, condannati senza giudizio, perduti per tutti, anche per sè stessi, perchè il prete senza cura è peggio del medico senza ammalati. Debbono vivere soltanto della messa, questo magnifico poema anonimo, ma la sua celebrazione non basta colla poca elemosina a nutrirli. I paramenti sacri, coi quali montano all'altare, diventano un abito di maschera, la rappresentazione divina del sacrificio un espediente per la colazione sotto le volte di una cappella spesso dorata, con dietro gli scherni di un chierico, il quale sotto i ricami della pianeta vede le toppe della veste, come Aristippo vedeva la superbia di Antistene attraverso i buchi del suo mantello da cinico.
I devoti frenano a stento i sorrisi, gli altri preti lo tengono con un altro sorriso a distanza e nemmeno i migliori osano con esso la parità di trattamento, perchè lo scagnozzo è sempre un po' colpevole. Vinto dalla miseria, che non ha saputo accettare facendosene una virtù, ne ha addosso le stigmate ripugnanti: disceso al mestiere ne porta seco il lezzo e non sa più mondarsi: doveva essere il consolatore dei poveri, ed è un povero che fa concorrenza a tutti gli altri, inguaribilmente altero del proprio grado, che lo isola fra gli uomini, disilluso sulla carità del sacerdozio, accattone divenuto incredulo nella disperazione e costretto a parlare di fede dalla speranza di una impossibile elemosina.
A Roma lo scagnozzo è come immerso nella gloria e nella potenza del clero: la religione, che lungi era una dote dell'anima, a Roma è un fatto politico: le file della gerarchia vi sono così serrate, che chi non può entrarvi non vi appartiene: le virtù del cuore non contano, quelle dell'ingegno rientrano sotto la legge del valore commerciale, e lo scagnozzo non è l'operaio a spasso, ma il professionista senza clienti, peggio ancora, il solo professionista che non possa mutare professione.
Quindi tutto in essa si ritorce contro di lui: i superiori lo guardano troppo dall'alto e lo trattano come un disertore; gli uguali lo scansano per non compromettersi; gli inferiori, se pure ve ne sono, si vendicano su lui di tutto ciò che li offende nelle sfere dominanti; egli è il paria, che avendo rinunciato al mondo degli uomini per quello di Dio, è rimasto alla porta di entrambi e deve annusare da lungi colla stessa malinconica avidità gli odori degli incensieri e delle casseruole. La sua fame è un motivo di satira, e la sua umiltà di sospetto: non si può concedergli nulla, perchè ha bisogno di troppo: non compatirlo, perchè si dovrebbe accettarlo: non accettarlo perchè la sua domanda è instancabile dopo qualunque risposta. Così lo scagnozzo, non avendo casa, non ha chiesa: non si sa come viva, nè, malgrado i certificati, donde venga davvero e perchè sia venuto. Un dramma segreto è in ognuno di essi: qualche sventura che colpì, qualche passione che scoppiò: il loro racconto è pieno di favole e di menzogne come quello di tutti gli erranti, ma il loro rancore sale da più oscure profondità. Sentono che la propria miseria disonora la ricchezza e la dignità del clero, il quale, invece, ne rimane impassibile; sentono di essere inferiori al proprio grado, inferiori alla comune dignità degli uomini, senza altra uscita che in alto, ma nessuna luce discende verso di loro. Eppure non sanno più andarsene: dove andrebbero infatti? Il prete è un soldato, al quale è necessario, come a tutti, un reggimento e una caserma: sbandati, gli scagnozzi non possono riunirsi a bande: sognavano a Roma una rivincita, e non vi trovarono nemmeno la battaglia: non hanno più bandiera e debbono conservare l'assisa.
A che riusciranno le minacce del papa? Cacciare gli scagnozzi non vuol dire sopprimerli, giacchè cacciati tornerebbero. È il flusso della vita che li gitta a Roma, come quello del mare gitta gli avanzi alla sponda, se di ogni naufragio qualche cosa resta, che torna alla terra indarno.