Dante è l'eroico poeta del comune italiano, ma ribelle alla sua indomabile autonomia per sottometterla ad un nuovo impero italiano, che riunisca Cesari e pontefici nel dominio del mondo.
Così egli supera la propria epoca e la fraintende; vuole ricongiungere passato e avvenire in una formula eterna, imponendola alla originalità del comune, che invece significa nel genio del poeta l'immortale giovinezza dello spirito e la inesauribile superiorità del genio italiano.
Il poeta è troppo grande per comprendere sè stesso; le sue passioni sono multiple come le guerre e le tragedie municipali, la sua idea italiana associa tutte le idee della Roma cesarea e della Roma papale, mentre le sue collere devastano e fecondano come gli uragani.
Il suo verso ripete l'incanto di tutte le bellezze, quelle rimaste incorruttibili nella tradizione dell'arte e quelle salienti dall'inconscia spontaneità della vita nuova; ha l'impeto pauroso dei torrenti e i murmuri dei rivoli argentei per le valli affollate di case e di fiori, tutte le voci dell'aurora e della notte; come il cielo e come il mare assume ogni forma e colore, come il mare e come il cielo lascia passare qualunque fantasma; improvvisa nella lontananza tutti gli orizzonti, è tempestoso e sereno, suona come una parola e come un'eco; è una musica, un verbo, una rivelazione.
Ma che cosa ne sanno quei cittadini, i quali lo dannarono all'esilio, e quei concittadini, che a volta a volta lo accolgono e lo respingono, congiurano, combattono, vivono e muoiono in una tempesta politica, apparentemente senza legge, perchè prepara quella di un altro mondo?
In ogni città, in qualsivoglia castello, il poeta rimane ugualmente straniero; il suo genio romano e italiano lo costringe al sogno dell'impero ideale, mentre il suo cuore lo conduce su tutte le orme della vita, dietro le figure più effimere; nella insaziabile avidità del poeta, egli si getta con pari impeto su tutte le gioie e tutti i dolori, si avvelena alla coppa di tutte le false ospitalità, si ubriaca al sorriso di tutte le speranze, finchè con un gesto titanico avventa capovolto nell'inferno tutto il proprio tempo, per lanciarsi poco dopo a volo dietro il fantasma di una fanciulla, intravista appena da fanciullo, superando i cieli di Tolomeo con San Paolo, e ridiscendendone ancora per narrare nel poema trionfante oltre i limiti del genio stesso, la vita divina dei beati e l'ultimo segreto di Dio.
Dante appare quindi l'imperatore ideale d'Italia, il poeta della sua anima, il profeta della sua risurrezione.
Il Poema fu per noi tutti come il libro della vita, e il nome del Poeta come la parola di riconoscimento attraverso i secoli per i grandi spiriti condottieri della nostra storia.
Nella lunga umiliazione della servitù nazionale egli era sempre il vittorioso, che i vincitori non potevano abbassare: nelle prime ore della nuova speranza fu la fede, e quando l'Italia si levò finalmente al grido di Mazzini, alla parola di Vittorio Emanuele, al lampo della spada di Garibaldi, affidandosi alla mano di Cavour, era ancora il pensiero di Dante, il suo sogno di un'Italia grande sul mondo, che riappariva nelle menti di tutti e trionfava nel sacrificio degli eroi.
Così dall'ombra luttuosa delle nostre ultime vicende politiche la sua figura si leva superba e severa a proteggere la nostra debolezza.