Non mai si eressero a lui tanti monumenti come in questo scorcio di secolo, perchè in nessun altro forse sembrò più miracolosamente moderno; sulla piazza di Trento, nella quale Garibaldi non potè entrare, egli vigila già coll'occhio fiso a Roma: domani chiamerà. Risponderemo.
Ma prima apparirà forse sopra una piazza di Trieste a respingere colla parola italiana gli oscuri barbari dialetti, che cingono d'assedio e battono minacciosi le mura dell'illustre città marinara.
La parola non è forse il verbo della vita? non cominciò sempre in essa ogni vittoria? Coloro che non credono alla forza della parola, ignorano anche quella del pensiero, che solamente per essa si fa opera. La parola è il più vero confine della patria, se il confine debba essere una fisonomia. Ogni pensiero non è nazionale che per la parola, nella quale si esprime atteggiando di sè medesimo la vita: ecco perchè la scienza non sarà mai nazionale, mentre nella sua parola astratta la vita spira.
Ma finchè il cuore batta, e nelle nostre pupille si specchi il cielo d'Italia, e i nostri orecchi odano la voce dei nostri fiumi, e la nostra memoria ricordi le sillabe dell'infanzia e rispondiamo con esse ai nostri bambini; finchè il nostro pensiero sia pieno della nostra storia e la nostra anima capace di avvenire, dovremo difendere la nostra parola sul confine di ogni altra e dentro noi stessi, per salvare nella sua pura bellezza la speranza di sopravvivere al nostro breve compito d'individui.
Oggi Ravenna, la città del secondo impero e la prima che contese a Roma la gloria di capitale cattolica, accoglie nell'ampio giro della propria idea i rappresentanti di tutta Italia per una più solenne affermazione del pensiero e della parola italiana.
Qui, dove Dante compì il divino poema e s'arrestò l'ultima volta nel suo tragico pellegrinaggio di profeta, si rinnoverà il giuramento del nostro patto nazionale; bisogna qui, davanti alla sua ombra d'imperatore, ripetere il grido dell'impero.
Dante esule da Firenze, diventò veramente italiano a Ravenna; la sua città era troppo piccola pel suo sepolcro; solamente Ravenna, estrema stazione dell'impero romano, poteva in Italia bastare per la tomba di Dante.
L'imperatore volle chinare il gran capo sull'ultimo origliere dell'impero, ma egli aveva già trionfato della morte nella parola del poema.
Nessuno può immaginare quali pensieri apparissero ancora all'anima di Dante, mentre l'ombra senza nome gli saliva d'intorno e la fiamma de' suoi occhi, rimasti aperti dentro l'abbacinante candore della luce divina nell'ultimo canto del Paradiso, si spegneva come quella di un astro per le lontananze infinite del cielo; ma se la nostra anima vive ancora del suo spirito, se la sua parola fiammeggia al di là dei nostri orizzonti, se ci resta una missione nel mondo e una qualche potenza sovra di esso, Dante esule, straniero, perduto nell'ultima tenebra, vide ancora lungi per i secoli il trionfo dell'impero italiano.
Levate alta la bandiera d'Italia al saluto di tutte le sue città; levatela più superba e più alta, perchè oltre i monti ed i mari, ovunque suona una parola italiana, si alzi un grido di fede e una promessa di avvenire.