La tomba di Dante è l'arca santa d'Italia.
29 settembre 1900.
A STAGLIENO
Giuseppe Mazzini. — Null'altro sul frontone egiziano, che grava i due pilastri, scanellati come doriche colonne, della sua tomba: e pare una porta chiusa sulla caverna di un monte, ma il monte è lontano, e a fingerlo l'architetto coronò di sassi il frontone. Perchè?
Dinanzi alla porta nera un salice piange sulla tomba bianca della madre, che attese per venti anni il figlio esule dall'Italia, per lui solo redenta nell'idealità di una nuova vita: esule e orfano come tutti i geni creatori condannati a nutrirsi colla ingratitudine e a dominare dal deserto. Intorno la valle è squallida, i monti nudi, e il piccolo torrente senz'acqua: nel cimitero la folla delle croci pare densa come quella della gente in un giorno di festa per le strade; quell'altra dei monumenti, allineati sotto i portici, è così fitta, che la loro volgarità, ricca e fastosa, diventa quasi sopportabile; ma troppe tombe stringono quella del grande in una intimità, che la morte non basta a giustificare.
Egli doveva essere solo, lontano dalla moltitudine, che amò colla inesauribile passione dei redentori, e dalla quale non potè essere nè amato, nè compreso, perchè ogni messia deve essere vittima, e il dolore soltanto può rinnovare la fede, la morte solamente compiere nella vita un'altra rivelazione.
Hanno detto che egli medesimo desiderò di essere sepolto a Staglieno presso alla madre: perchè dunque fu lasciata dinanzi alla porta come una straniera, che la morte stessa ricusava di riconoscere? La tragica donna silenziosa aveva ben guadagnato, in tanti anni di angoscia solitaria, il diritto di riunirsi al grande figlio nell'ombra e nel silenzio, dietro quella porta, alla quale si arrestavano finalmente l'ingratitudine dei redenti e la persecuzione dei loro nuovi maestri. Adesso invece la tomba del sublime poeta non è che un anacronismo architettonico fra i troppi, che deturpano il cimitero: una cornice dorica per la più moderna delle figure, una porta dietro la quale vi è un vuoto, e sulla quale uno scenografo infelice credette di significare una montagna rocciosa con pochi sassi ferrigni.
Non così, non così doveva essere sepolto colui che evocò tutti i morti e soffiò l'alito della giovinezza in tutti i malvivi d'Italia, quando l'ombra della servitù secolare era così fitta, che i volti e le anime non potevano più riconoscersi; non così doveva essere sepolto colui, che dette un esercito a Garibaldi e un regno a Vittorio Emanuele soltanto colla forza di una parola luminosa come il sole, eloquente come il mare, irresistibile come l'uragano.
Se non osò nelle estreme malinconie della vecchiezza punire la patria morendo a Londra, ignoto fra la moltitudine della oceanica metropoli e colla umiltà di un imperatore troppo grande per ogni impero, chiese al re della sua Italia il permesso di potervi rientrare sconosciuto per morire a Pisa, dove Leopardi, il suo minore fratello, aveva indarno cercato la salute; poesia e storia, passione di gloria e di amore vietavano egualmente di seppellirlo a Staglieno dentro una falsa tomba classica, fra un volgo di cadaveri, ai quali nessuna rettorica di epigrafi o di sculture potrà mai dare diritto di vita nell'immortalità della storia.
Non so, ma errando per quel cimitero il mio spirito si faceva sempre più triste, mentre dalla giovinezza ormai troppo lontana mi tornavano in lenta processione, come di pellegrini mendichi, le memorie dei giorni, nei quali gli echi d'Italia ripetevano ancora le ultime parole di Mazzini e qualche cosa singhiozzava nell'anima nazionale ad ogni viltà della sua ingiusta fortuna.