VI DELITTI E DELINQUENTI
PROBLEMA CRIMINALE
È orribile e profondo.
Laggiù, fuori di Bari, a Torre Pelosa, in un povero villino, tre sorelle hanno assassinato il padre. Il processo si discute ora alle assise di Lucera, e può essere finito prima che questo articolo appaia. Non importa: sotto l'atroce tragedia vi è un problema, che da tempo riagita molte idee e molte teorie, le quali pretendono alla modernità come alla migliore delle proprie prove.
La tragedia non è originale: un uomo, un borghese, al solito sposa una donna che non ama, la rende madre tre volte, la desola colla propria condotta, le avvelena l'anima, la giovinezza, la vita e impunemente la costringe a morire. È un delitto, ma di quelli che la legge non può punire e nemmeno classificare.
Appena morta la moglie, egli porta a casa l'amante, una donna che gli somiglia, grossolana, robusta, senza moralità, senza intelletto, la solita amante carnale di certi carnivori, la femmina del bruto, la complice dell'assassino, la schiava-padrona del tiranno domestico. Le figlie, orfane, crescono sotto di lei, contro di lei: la loro vita è una guerra e una sconfitta quotidiana: un altro figlio nasce nella casa del peccato e appunto per questo amato, accarezzato come un'arma contro di esse: il disordine precipita casa e famiglia nella rovina, la miseria vi esaspera gli odii, vi degrada il dolore, mette una fiamma in ogni piaga, la violenza di una sfida in ogni atto, la fatalità della morte nell'ipotesi di qualunque finale. L'uomo, il padre, non può sottrarsi più all'amante: questa sottomette alla superiorità del proprio figlio le figlie della morta, e queste ancora abbandonano la casa non avendo e non sapendo ove andare. Poi difendendo sè stesse, ostinandosi nella lotta disperata, difendono la morta, il suo diritto di sposa e di madre, la sua dote distrutta, il suo grado, il suo nome.
Ma quell'uomo, che la rovina scatena contro gli altri e sè stesso, viola la maggiore delle figlie; essa ha un amante, al quale egli la ricusa per non doverle dare qualche avanzo patrimoniale e per una spaventevole compiacenza della propria carne: il padre ha vinto una volta nello stordimento di un orrore, che aveva accecata la fanciulla, forse non lasciandole dopo nemmeno la forza di parlare, e quindi la tentazione gli riaccende il sangue, la volontà gli si leva dal senso mostruosamente laida, vuole ancora, e la figlia l'uccide nel letto a colpi di rivoltella.
È un parricidio?
No. Comunque i giurati sentenzino, ascoltando l'infallibile voce dell'istinto o perdendosi nell'intrico della dialettica giuridica, fra il barbaglio delle frasi e le lustre delle prove, questa morte non è un parricidio. Il padre era già morto prima, o forse non era mai esistito.
Perchè il padre è soltanto una figura spirituale. Coloro che oggi sostengono la ricerca della paternità, oltre i due classici casi dello stupro e del ratto, sembrano averlo dimenticato, ma le prove che essi tentano di esibire potranno tutto al più, in certi casi, accertare l'amante: il padre non mai.