La paternità è l'inevitabile ipotesi legale di un fatto che la natura ha voluto nascosto nel più invincibile dei misteri. Dato il matrimonio, il padre doveva essere lo sposo: la maternità aveva per prova il parto, la paternità era e non poteva essere che un atto della legge e un atto di fede.
Qui stava forse l'argomento migliore della sua primazia e della sovranità dell'uomo nella famiglia. Egli credeva al figlio perchè aveva creduto alla madre, e l'amore soltanto giustificava in lui questa fede: poteva essere ingannato, lo era quasi sempre, ma l'inganno, invece di scemare la sua funzione, l'alzava nobilmente, tragicamente, e il figlio, se non più quello del suo corpo, era quello della sua anima, una creatura del suo spirito, una mente nella quale egli aveva deposta tutta la dottrina e i dolori della propria esperienza, un cuore nel quale poteva rifugiarsi per sentire ricominciare la propria vita nella natura e nella storia.
La donna non fa che il bambino, l'uomo solo può creare l'uomo.
Una grande parola ha traversato i secoli: non si è uomo finchè non si diventa padre. Gesù potè dire alla Samaritana: — Salomè, Salomè, mangia tutto, ma non l'erba amara — un'erba che le donne di Samaria mangiavano per restare incinte, e mai la sua parola ebbe più divina e disperata negazione della vita; ma Gesù espresse coi discepoli e coi fanciulli, ovunque e sempre, il tipo più ideale della paternità.
Perchè un parricidio si compia, bisogna che il figlio abbia nella coscienza la figura spirituale del proprio padre, da questo medesimo in lui creata collo sforzo lungo, pertinace, doloroso dell'amore. E se questo figlio, sentendosi opera di lui, ricordando che tutta la propria vita crebbe soltanto per la sua protezione, che i suoi sacrifizi gli ottennero i piaceri, i suoi esempi gli insegnarono la strada, il suo spirito gli aprì la mente, il suo cuore gli svegliò la coscienza; se, malgrado questo, per una passione, per un vizio, per un difetto qualsiasi, egli si leverà contro di lui, e lo ucciderà: ebbene, questo delitto, che i romani non avevano nemmeno supposto possibile nelle loro prime leggi, sarà così vero ed intero che la nostra anima vi si sentirà smarrita e la nostra scienza criminale sorpassata nella capacità di analizzare e di punire.
E questo delitto sarà ben raro.
Invece pur troppo non lo è. Ma quasi sempre il padre prima uccide sè stesso nell'anima del figlio, dentro la quale o una lenta accumulazione, come sostengono i credenti nelle leggi dell'atavismo, aveva preparato l'ambiente stesso della figura, o piuttosto, secondo l'antica fede nelle innate categorie spirituali, la figura preesisteva, aspettando solamente l'impronta della sua opera e della sua fisonomia.
Quindi il parricida non colpisce più che un uomo, quasi sempre un nemico, col quale la lotta durava miserabile, reciprocamente infame, vile, instancabile da anni.
La legge, il processo, non possono quasi mai entrare abbastanza profondamente in tale esame: il padre deve essere sempre colui che ci diede il proprio nome sopra un qualunque registro legale, ma la coscienza, accettando la necessità di questo giudizio, lo corregge nel proprio segreto.
È una parricida quella fanciulla, che per uccidere il carnefice della propria madre, il bruto della propria casa, il violatore del proprio corpo e della propria anima, si consultò prima colle sorelle, delle quali una era idiota, poi si avvicinò colla rivoltella al letto, e, invece di profanarlo coll'incesto, lo mutò in un patibolo e in un altare?