Ad ogni tumulto contro gli ebrei la folla si avventa, arde e saccheggia botteghe, case, l'opificio, la villa: il governo lascia fare, il clero guarda muto, e il suo silenzio è un'assoluzione: la borghesia gitta ai carnefici un sorriso che li incita e una frase che li diverte, la farsa degrada la tragedia, il delitto si diluisce nella massa, lo stesso anonimo confonde vittime ed assassini.
Non sono che ebrei, e basta! Infatti, che cosa è l'ebreo nella Russia, la quale ha una civiltà di gabinetto e una barbarie di paese? Vi è una legislazione contro di lui condensata nei quindici volumi dello Svod Zakanof, che si può riassumere così: tutti sono liberi di fare tutto, meno quanto proibisce la legge; l'ebreo invece può fare soltanto ciò che la legge gli permette esplicitamente; quindi non abitare, non viaggiare dove voglia. È relegato in alcune province, ed anche dentro queste soltanto in luoghi determinati; non può essere ufficiale, impiegato nelle ferrovie, farmacista; gli sono quasi vietate le università, testimone non è creduto, accusato non trova quasi mai testimoni; la politica lo respinge, le professioni lo isolano, lo si crede ricco anche se povero, e ricco è battuto, spremuto, talvolta anche temuto.
Perchè il danaro è la più terribile dell'armi, e l'ebreo sa adoperarla. Costretto a chiudersi in sè medesimo e a restringersi coi propri fratelli, la sua religione e la sua vita è di setta; odiato ha imparato a distillare l'odio per farne il più mortale dei veleni; trovando chiuse le scuole, ne ha aperte altre nelle sinagoghe, e l'amara, squallida, invincibile passione del Talmud ha risoffiato sull'anime: escluso dalla politica vi è entrato per lo spiraglio delle congiure, portando fra i nichilisti la potenza della astrazione che dissolve, il fascino di una dialettica che soffoca; circuito, taglieggiato dai funzionari, li compra e trionfa della legge e s'infiltra dovunque, fino al sinodo, fino alla corte.
Il danaro, questo eterno libero, secondo la grande parola di un filosofo, diventa per lui una libertà e una sovranità; è impossibile colpire il danaro, sequestrarlo tutto; esso va a chi lo adora, si nasconde con lui, si muta in lui, è passione, idea, conquista, trionfo. Così l'ebreo vinto prepara la vittoria: non emigra, rimane dove la sua famiglia fu percossa, arsa la sua casa: sa che i suoi fratelli non lo abbandoneranno mai del tutto, e ricomincia la sua opera colla pazienza instancabile dell'avarizia, colla muta umiltà dell'odio. Vi è sempre una rivincita per i forti: basta aspettare.
L'ebreo è il popolo dell'aspettazione.
Non attendono forse ancora il Messia? Non sognano di ricostruire il regno di Sionne?
Infrangibili come l'atomo primo della storia, hanno attraversato tutti i tempi e tutti i luoghi senza mutare: erano così, come adesso nella Russia, a Babilonia, a Ninive, nelle loro lunghe cattività: non si sono fusi mai con alcun popolo, nessun clima li ha mutati: nomadi, stranieri, pronti a servire, abili al comando, senza politica, senza arte, senza storia dal giorno supremo della caduta del Tempio. Li hanno battuti, e la loro anima si temprò meglio dell'acciaio; li hanno isolati, e la vita non potè più assorbirli: tutte le religioni li hanno egualmente colpiti d'anatema, e il loro Dio, la sola loro creazione, domina tutte le religioni: senza aristocrazia ne rappresentano la più antica; senza patria inventarono il cosmopolitismo; nemici di tutti hanno imparato tutti i mestieri, sanno assimilarsi tutte le opere, arrivare per tutte le vie, credere, sperare, operare, sempre, dovunque.
Ma non possono creare.
La loro originalità morì in Palestina: dopo Gesù, gli ebrei non hanno più davvero creato: nella filosofia, nella scienza, nell'arte, nella politica, possono tutto sapere, tutto adoperare: creare no. La creazione è inconsapevole: scaturisce dalla essenza di un popolo destinato ad atteggiare un quadro nella umanità: bisogna che questo popolo viva tutta la vita per esprimere in un dato momento un'idea o una formola essenziale.
Il danaro non crea.