L'EROE

La sua figura sale meravigliosamente dallo sfondo lontano dell'Africa come una di quelle fiamme, che i popoli antichi accendevano sui monti nunziatrici di vittoria.

Chi è? Chi era?

Un ignoto, un uomo cresciuto come quasi tutti i suoi soldati fra i campi, in una casa rustica, in una famiglia forse più rustica ancora; probabilmente non aveva mai pensato di fare la guerra e di dovervi comandare generale, rivelandosi nella più semplice ed originale bravura di un eroe. Adesso il suo nome, De Wet, rapido e breve quanto gli ordini del suo pensiero e le continue imprevedibili battaglie, suona terribile a tutte le orecchie inglesi, supera l'odio di guerra, e s'impone collo stupore d'incessanti catastrofi all'imperiale orgoglio britannico, forse il più vasto e alto dacchè il mondo dimenticò quello di Roma. De Wet è il solo nemico nelle fantasie inglesi esasperate da una guerra cominciata imprudentemente come un giuoco, proseguita con inevitabile ostinazione, non finita ancora per una incredibile virtù di popolo sorpreso in un immenso territorio da una prepotenza troppo sicura di sè, e mutatosi come dentro una improvvisazione teatrale in un esercito senza nome, senza assisa, senza tradizione, senza disciplina, con armi d'accatto, con generali estemporanei, con bande mobili come il vento, effimere e sempre presenti come i miraggi nel deserto.

Joubert ha potuto morire, Kruger esulare, Cronye essere vinto e trasportato a Sant'Elena, quasi a significarvi, per l'istinto drammatico della storia, la più plastica delle antitesi con Napoleone I; le piccole legioni straniere, accorse per impeto di poesia e di avventura al Transwaal, si disciolsero, l'Europa parve stancarsi persino nell'ammirazione di tale guerra inverosimile in ambo i combattenti; ma la guerra proseguì, si allargò minuta, continua, rinnovando ogni giorno un capolavoro d'improvvisazione, risolvendo il proprio problema soltanto coll'insistervi.

E De Wet, sempre De Wet: egli è il boero della realtà e della immaginazione: la sua strategia e la sua tattica non somigliano ad alcun'altra: appare, urta, dilegua; vincitore o vinto è sempre egualmente inafferrabile, i generali inglesi davanti a lui sembrano bufali pesanti che caccino una tigre, o, peggio ancora, accademici vecchi dietro la pista di un poeta per sorprendere il suo segreto e sopraffare la sua ispirazione.

Indarno.

I grandi giornali inglesi, che insultavano i boeri, adesso si lasciano sfuggire le più inconsapevoli frasi d'ammirazione; pensano e scrivono tristamente che il loro esercito, maggiore di numero che non tutta la superstite popolazione nemica, da due anni offre al mondo il più attristante e grottesco spettacolo di impotenza crudele e di superbia umiliata.

Si mutarono generali e marescialli, ma non mutarono le sconfitte; dopo lord Roberts, Kitchener, il vincitore del Mahdy, il profanatore della sua tomba, il leone africano che doveva rinnovare la virtù feroce e il trionfo di lord Napier; e indarno ancora.

De Wet entra nella colonia del Capo, sberta l'esercito preponderante del generale Knox, annichila un grosso distaccamento di quello quasi personale di Kitchener, e ricompare improvviso come un ciclone nel Doornberg.