Allora sedendosi vicino ad Olga le spiegò come intendeva deludere la sorveglianza dell'inserviente, che rimaneva nel corridoio a ritirare le chiavi dei palchetti. Sul finire del concerto, al momento della massima attenzione, si nasconderebbe nel contropalco, tirandosi contro l'uscio: l'inserviente trovando il palchetto vuoto dopo lo spettacolo lo chiuderebbe a chiave. Quando il teatro fosse deserto, lascierebbero il nascondiglio e riaprirebbero la serratura del palchetto: Loris le mostrò, nella tasca della pelliccia, un grimaldello e la lanterna cieca. Bastava spiare il momento più opportuno; Loris lasciava socchiusa la porta appositamente.

Allora per entrambi cominciò la grande attesa: i loro cuori battevano così forte che l'uno sentiva quello dell'altro. Olga si rimise la pelliccia, Loris non se l'era cavata; ascoltavano il concerto senza comprenderlo, per indovinare quanto durerebbe ancora, dimenticando di averne il programma su cartoncino azzurro. Tutto quel bianco, quasi vaporante nella luce del gas, si confondeva ai loro sguardi in una sensazione intensa di calore; mentre sulle fiammelle dei becchi l'aria si muoveva con un moto regolare di respirazione, e gli spettatori si mantenevano immobili in una attenzione d'incantesimo. Loris, colla mano sulla maniglia della porta, sbirciava nel corridoio.

— Tenetevi pronta.

Rapidamente aveva estratto dall'uscio del palchetto le due chiavi unite da un anello, e aveva aperto la porta del contropalco. Per fortuna nel lato interno di questa un gancio di ferro piantatovi per sostenere gli abiti, avrebbe permesso di tenerla chiusa durante l'uscita della gente. Loris tornò nel palco, rimettendo le chiavi a posto. Nessuno aveva visto. Scrutò ancora nel corridoio; il pezzo, un gran pieno d'orchestra, stava per finire.

— Siete pronta?

Tese l'orecchio, guardò;

— Via! le gridò sottovoce.

Olga si cacciò nel contropalco; egli la seguì.

Erano al buio; la loro prima sensazione fu di sollievo. Nello stanzino angusto, stendendo un braccio, si toccava il muro. Non si udiva più la musica che tratto tratto, come un susurro. Cominciarono ad attendere, ma i minuti non passavano più; quell'ombra sembrava loro così densa, che ne sentivano l'impressione sugli occhi, mentre per una invincibile illusione i loro piedi si abbassavano sempre come dentro un pozzo. Passò del tempo. I loro sensi sovreccitati acquistavano una finezza incredibile. Adesso udivano battere i loro due orologi così distintamente da temere per un istante, che si potesse intenderli anche nel corridoio. In quel lungo attendere non v'era più modo di pensare a qualche cosa, magari ad un espediente supremo, nel caso di essere scoperti; poi quello stare ritti, stecchiti, rattenendo il respiro, dava loro un'improvvisa dolorosa stanchezza.

Finalmente un rombo lontano li avvertì, che lo spettacolo finiva in un grande applauso, e simultaneamente nel corridoio ascoltarono un martellare di scrocchi, uno sbattere di porte, fra uno scalpiccìo, un fruscìo, e voci lievi, tutto un murmure di ruscello, che comincia a discendere. Qualche passo si affrettava già, l'onda degli spettatori si sospingeva, si arrestava nei gruppi agli usci dei palchetti, strisciando alle pareti, sul tappeto, colla sonorità di accenti fuggitivi, vaporando un sottile profumo dalle gonne raccolte, spumeggianti nelle mani. Qualcuno cantarellava fra i denti un brano di frase musicale; gli uomini passavano a torme rumorosamente; qualche fanciullo correva chiamando e ridendo con voce sottile, che passava le pareti; le signore battevano i piccoli tacchi fra il susurro delle sottane, delle quali talvolta l'amido mandava un suono di cartone.