Olga volse il capo come aspettando da lui la risposta.

Loris tacque. Il cuore gli batteva, mentre per le vene gli serpeggiava un freddo sottile. Colla facilità delle spiegazioni materialiste, volle dirsi che ciò dipendeva solo dallo stomaco, e che una buona colazione l'avrebbe fatto ritornare tranquillo, ma non lo credette. Nessuna potenza di carattere avrebbe potuto mantenersi impassibile in quella situazione; la paura, questa irresistibile coscienza della propria debolezza, lo curvò dinanzi al mistero del pericolo.

Per sottrarsi a tale oppressione riaccese la lanterna, e riesaminò minutamente tutte le disposizioni della mina nella intelaiatura del divano. Era perfetta. Uscì dal palco, seguì passo passo, lungo il muro, il filo nascosto sotto il tappeto, sino alla finestra. Il mastice staccava di tono colla tinta del muro; bagnò la punta del fazzoletto colla saliva e, strofinando, diluì quella stonatura in una macchia più larga.

Ma il freddo lo sorprendeva; l'aria intorno era gelida. Tornò nel palco per dormire. Infatti, stringendo fortemente le palpebre, riuscì ad intorpidirsi, ma il pensiero gli oscillava come un'altra ombra, assumendo forme e proporzioni mostruose. La vicinanza di Olga, muta ed immobile, che forse lo disprezzava, gli dava un malessere intollerabile. In due bisognava almeno parlare; ma l'orgoglio lo ratteneva. Dovette cedere.

Sulle prime non trovava l'argomento; Olga economizzava le parole, e la sua voce aveva un suono tardo, di eco.

Quindi un rumore sul palcoscenico li distrasse, udirono parlare. Istintivamente si stesero sul divano, più basso del parapetto, perchè l'ombra li nascondesse perfettamente. Nel palcoscenico sorvenivano mutamenti. Distinsero fra uno strepito di mobili tintinnire i pendagli certamente di un candeliere, una scena abbassata con molto cigolìo di carrucole diè un tonfo sordo, battendo sull'assito. Le voci si alzarono dando ordini; poi alcuni di quegli uomini passarono dinanzi al telone, perchè i loro accenti si fecero così distinti che si compresero anche le parole.

Parlavano di una colazione.

Passò un'ora così; tutto ricadde nel silenzio

Si darebbe il concerto?

Loris tornava a dubitare. Per decidersi s'impose una prova, invocando che gli inservienti dei palchi venissero a spazzolarli. Sarebbe stato un grande pericolo, se colui incaricato della loro fila avesse avuto l'idea di guardare anche nel contropalco, dove avrebbero dovuto nascondersi, ma almeno sarebbero usciti dal dubbio. Questo esperimento gli parve una condizione fatta al destino, accettando un aumento di pericolo per sottrarsi all'irritazione della sua incertezza. Ma gli inservienti scopettavano sempre i palchi prima di ogni rappresentazione?