Era dunque inevitabile; ma ora il dubbio cominciava anche in lui. Aveva egli ragione? Quanti sarebbero i morti? Quanto soffrirebbero della esplosione le case della piazza?

Lemm era pieno di dubbi, anche sulla solidità della loro.

— Il nostro pericolo è adesso troppo piccolo, gli aveva risposto Loris duramente: si dirà che fummo vili.

Lo spettacolo della piazza, con tutto quel tumulto di gente e di carrozze, lo affascinava. Si mutavano i becchi del gas per aumentare l'illuminazione, la gente diventava sempre più allegra, e le sue voci arrivavano sino a lui, ritto presso i vetri della finestra come una statua. Gendarmi e soldati passavano a branchi tra il fiotto continuo delle carrozze, entro le quali balenavano uniformi militari e decorazioni. Tutto il popolo, addensato nella piazza, vi rimaneva lunghe ore sulla neve, insensibile al freddo, preso nella curiosità di quella festa, dalla quale era escluso, come dinanzi a un tempio misterioso. Era sempre lo stesso popolo, che ogni grandigia dei padroni affascina, e fra il quale le donne paiono sempre le più contente. Nullameno vi si distinguevano talora figure accigliate, si sorprendeva qualche gesto sdegnoso, forse di nichilisti, quelli che Loris disprezzava più del popolo.

Allora egli lasciava la finestra per tornare nell'appartamento di Lemm ad esaminare la pila. Tutto era pronto; bastava toccare il bottone, grosso e bianco, del manipolatore per determinare lo scoppio. Lemm lo sorprese in quella contemplazione, ma si ritirò senza parlare, andando in cerca di Olga. La fanciulla era nella propria camera, seduta sul divano, così disfatta nel volto che egli non osò dirle nulla.

Mancavano tre o quattro ore a notte, quando Loris non potendo più resistere alla propria tensione, uscì di casa per tornare al Monte dei Passeri. A mezza strada lo sorprese il dubbio che Olga e Lemm potessero fuggire, portando via la pila, per sottrarsi finalmente alla responsabilità dell'attentato. Sarebbe stata un'idea pazza; eppure in quel momento non lo irritava. Il Monte dei Passeri era deserto come l'altra volta, la neve bianca si stendeva all'intorno, oltre ogni potenza di sguardo, sopra Mosca ammutolita ed immobile. Egli la contemplò dal medesimo posto, come Napoleone doveva averla guardata ottant'anni prima, ma non sentì più la medesima invidia pel grande conquistatore. Tutto era calmo e freddo lassù. Che cosa importano alla natura le catastrofi della storia? La vanità della vita gli appariva ora, su quel bianco uniforme, da quella neve distesa sulla terra come un lenzuolo, che ne disegnava appena la forma scheletrica.

Era già notte, quando ripassò per la piazza. Le cataste bruciavano alzando larghe spire di fiamme rossastre, che coprivano la luce dei fanali imprimendo un moto d'oscillazione a tutte le case. La gente strettavi d'intorno, quasi nell'improvvisa intimità di un immenso focolare, ne traeva ogni tanto tizzoni accesi, e li gettava vociando allegramente a spegnersi nella neve. Le carrozze s'aprivano a stento un solco largo ed effimero fra la folla troppa pigiata e vacillante, quando i dragoni incaricati di tenervi l'ordine la respingevano coi petti dei cavalli. A tutte le finestre delle case brillavano lumi, dai portoni aperti irrompevano ondate di luce, mentre un fracasso di marea crescente saliva, allargandosi per l'aria col fumo vorticoso delle cataste. E il teatro, più bianco fra l'incandescenza di quelle fiamme, splendeva da tutte le pareti, sulle quali vasti bagliori correvano come sopra una superficie di acqua.

Loris chiamò Olga e Lemm, ordinando a quella di mettersi alla finestra per osservare attentamente se qualche figura sospetta entrasse nella casa, e a questo di postarsi alla porta del teatro attendendo il principe.

Egli voleva restar solo.

Lo spettacolo era già incominciato, quando Lemm lavorando accanitamente di gomiti, potè mettersi in prima fila dinanzi al portico massiccio della facciata. Sul frontone i quattro cavalli bianchi del carro d'Apollo, immobili, con una gamba levata, parevano sorpresi dal ghiaccio; la neve aveva formato come un casco sulle loro teste. L'atrio del teatro aveva un fulgore acciecante di fornace, entro la quale seguitavano ad ingolfarsi gli invitati chiusi nelle ricche pelliccie; le gonne rialzate delle signore lasciavano talvolta vedere i loro stivalini da ballo.