Lemm soffocava dietro il cavallo di un dragone, che ratteneva la gente a leggere piattonate sul petto. Aveva, i piedi ghiacciati e la testa in fiamme. La folla intorno a lui gridava, pestandosi nello sforzo impossibile di rompere la linea dei dragoni, per la curiosità di contemplare più da vicino l'altra folla degli invitati, senza che egli quasi l'avvertisse. Quell'odiosa brutalità di servi schiamazzanti alla porta di un teatro, consentito solo ai padroni, non irritava più il suo sdegno di rivoluzionario; la sua anima era già entrata in quella sala cercandovi il principe. Dov'era? In qual palco? Presso l'imperatore? Fra un gruppo di signori? O solitario ad un balcone, colle braccia incrociate, guardava sorridendo sinistramente tutti quei morituri, che ad un suo cenno sarebbero morti? Lemm se lo immaginava così. Come doveva sentirsi grande! Nessun uomo si era forse mai trovato così improvvisamente più alto di una folla, nemmeno sopra un campo di battaglia. Perchè il principe aveva voluto ciò? Che cosa doveva aver sofferto per odiare così il proprio mondo? Lemm non lo sapeva, ma fra quella moltitudine, che lo soffocava scuotendolo con tutti i propri fremiti, fra l'abbarbaglio di quelle fiamme, dinanzi a quella visione immaginaria, era preso dalle vertigini dell'abisso. Avrebbe potuto urlare a tutti il proprio segreto spaventevole senza che nessuno lo credesse; lo avrebbero giudicato un pazzo. Era dunque fatale. Egli vedeva sempre il principe, ritto colla faccia gialla di malato terribilmente immobile, girare uno sguardo su tutti quegli invitati contandoli; quanti erano? Ma, e tutti gli altri stipati nella piazza, che sarebbero periti nell'esplosione? A questi forse il principe non pensava, mentre Lemm se ne sentiva addosso il numero pesante, brulicante. Egli non poteva col pensiero alzarsi sovra di essi, come il principe su tutta la corte e l'aristocrazia stipata nel teatro; erano quel popolo stesso, pel quale scoppierebbe la mina, i medesimi poveri, che quella ecatombe di ricchi doveva vendicare. Questa tragica contraddizione lo prostrava; egli non aveva potuto, come Olga, diventare inconsciamente un satellite di Loris.

Olga invece ritta al balcone, come una sentinella morta, guardava nella piazza senza vedere. La sua anima buona si era annegata nella certezza di quella catastrofe, come un naufrago nell'oceano. Così addossata al balcone, tutta chiusa nella pelliccia, doveva sembrare alla gente una delle tante signore ingenuamente beate allo spettacolo di quella piazza tumultuante. Ma Olga non pensava più, o tratto tratto pensava a Loris chiuso nel fondo di quel gabinetto, seduto allo scrittoio, colla mano ferma sul manipolatore Morse. Egli solo forse conservava anche in quel momento tutta l'impassibilità necessaria a tale inintelligibile olocausto, perchè egli solo aveva avuto l'anima così terribilmente logica da volerlo. Nullameno che cosa provava egli, giù nelle profondità più segrete del cuore? Quale differenza separava il suo odio da quello del principe? Perchè il principe non aveva resistito al piacere satanico di contemplare in teatro tutta la moltitudine dei propri nemici, pregustando la loro morte nell'onnipotenza del proprio segreto, mentre Loris si era nascosto a tutti, faccia a faccia colla pila? In quel momento Lemm s'immaginava Loris come un ragno, immobile dentro la propria serica tana, aspettando la caduta di una fra le tante mosche ronzanti; v'era della viltà nella sicurezza di quell'attesa, e v'era quasi della poesia nella spensieratezza delle mosche. Lemm non poteva sottrarsi a questo paragone, che sentiva ingiusto. Loris non era più un uomo, ma un'idea; quella catastrofe da lui preparata, era una battaglia e non un delitto. L'impiegato di marina, che domani, alla prima guerra, scruterà nel fondo della propria camera oscura, entro lo specchio, il passaggio della corazzata nemica sul punto, ove fu nascosta la torpedine, per farla esplodere toccando un tasto, non è anch'esso un combattente? La guerra moderna ha dunque altre forme di combattimento e categorie di soldati, che non l'antica; Loris era la guerra sociale colla fatalità di tutte le sue intransigenze e l'inesauribile ferocia de' suoi odî.

Lemm avrebbe voluto conoscere che cosa provasse Loris nell'anima, perchè, in fine, anch'egli era un uomo e doveva aver amato qualcuno. Non si odia così, se prima non si è amato altrettanto. Chi sa nemmeno, se all'ultimo oserebbe premere il bottone. Lemm si attaccava a questa incertezza, come all'ultimo lembo di ragione. Oramai la follia della gente schiamazzante intorno alle cataste, e dinanzi al portico del teatro, lo aveva preso.

Istintivamente si mosse per andarsene, ma l'inutilità del primo sforzo lo richiamò alla realtà della situazione. La folla cominciava lentamente a diradarsi, le carrozze invece parevano aumentare, ed erano tutte d'invitati. Quelle solite ad attendere i cantanti stazionavano a gruppo, dinanzi al teatro della casa Chelapoutine. Lemm aveva le gambe ghiacciate sino al ginocchio.

Il principe non poteva tardar molto ad uscire.

D'un tratto lo vide nel portico, col gibus rigettato dalla fronte e la pelliccia sbottonata, sotto la quale si travedevano le decorazioni. Il principe si slanciò giù dai gradini, fra le guardie, che lo lasciarono passare rispettosamente. Lemm gli si spinse incontro, sgusciando dietro il cavallo del dragone.

— Principe! esclamò.

Il dragone gli era già sopra per colpirlo con una piattonata, quando il principe si volse e respinse il soldato con un gesto.

— Andiamo, andiamo, mormorò il principe con voce strozzata riprendendo la corsa.

Ma l'aria fredda, restituendolo al sentimento della realtà, gli fece abbottonare la pelliccia e rialzarne il bavero; poi si abbassò il gibus sulla fronte, camminando sempre così rapidamente.