— Aspetta, disse Andrea Petrovich esaminando le bottiglie del Sauterne: vediamo se fosse rimasto un bicchiere di vino per Olga Petrovna.

— Non verrà, s'ostinò a ripetere Lemm.

Ma come a smentirlo s'intese aprire l'uscio sulla scala: tutti tacquero. Ogareff e Olga Petrovna entrarono; Ogareff era più pallido di lei.

— Nulla? domandò soffocatamente Fedor.

Ogareff non rispose. Tutti avevano già compreso.

— Lasciatemi sedere, disse Olga Petrovna niente meravigliata di essere accolta come un uomo, senza quella qualunque galante cortesia, che le donne giovani e belle sono abituate a trovar sempre. Fedor in piedi le allungò una sedia, mentre Andrea Petrovich, riuscito finalmente ad empire quasi un bicchiere preso a caso sul tavolo fra quelli ove tutti avevano bevuto, glie lo porgeva.

— Ecco, incominciò Olga Petrovna slacciando gli alamari della sua corta pelliccia e staccandosi dalla testa bionda il berrettino di lontra; voi, Lemm, lo sapete; credo di avervelo detto altra volta. Tre mesi fa salvai dalla difterite il figlio unico di Elia Romanovich Teghew, carceriere nella fortezza Pietro e Paolo: sua moglie Polia è affetta da una metrite, l'ho in cura anche lei; l'ho quasi guarita. Oh! esclamò, ma è caldo qui dentro! e si alzò per trarsi la pelliccia; Fedor l'aiutò tirandole simultaneamente ambe le maniche per di dietro.

— Buono il vostro vino! Elia Romanovich è ancora più pazzo per sua moglie Polia che per il suo piccolo Sergio; io glie l'ho resa, mi capite, si rivolse a Lemm, del quale la faccia scarna esprimeva nella sua fissità una ironia malevola. Elia Romanovich non poteva usare di Polia.

— Ora.... interruppe Slotkin.

Ma Olga senza badargli seguitò: