Quell'attesa cominciava ad irritare il bel giovane: sul suo viso, che avrebbe voluto mantenersi calmo, passavano a volta a volta impazienze quasi di paura. Tornò nell'atrio, s'accostò al casotto della portineria, spiò: nessuno! Cinque o sei inquilini lo salutarono rispettosamente nell'uscire cercando non senza meraviglia il dwornik cogli occhi: alcuni altri non furono meno sorpresi di non scorgerlo rientrando.

Finalmente, al secondo piano, un accordo più vigoroso parve preludere a un pezzo d'opera; egli uscì, tornò a passeggiare sulla strada fermandosi sotto le finestre; guardò il proprio grosso orologio d'oro a remontoir.

Quando Giacomo spuntò all'angolo con due grandi fagotti, uno nella mano e l'altro sotto il braccio sinistro, il conte gli andò incontro.

— Per San Sergio, quanto hai tardato! Peccato che non sia passata una guardia per farti la contravvenzione; io stesso l'avrei firmata.

— Vostra Alta Nobiltà avrebbe pagato per me, rispose con un fine sorriso il portinaio sotto la lunga barba grigia: ero fuori per i suoi ordini.

— Almeno il vino hai saputo sceglierlo? Non ti hanno ingannato sulle marche?

— Ho detto il nome di Vostra Alta Nobiltà per precauzione.

— Andiamo, andiamo.

L'andito era vuoto: a sinistra salirono quattro rami di scale in legno, umide e buie, delle quali gli scalini, levigati dall'uso e resi lubrici dalla neve lasciatavi dalle scarpe degli inquilini, presentavano più di un pericolo, e si fermarono al secondo piano. V'erano tre porte; batterono a quella di mezzo: un mugik in camiciotto rosso, vecchio, calvo, con una lunga barba bianca si presentò umilmente. Era un servo di Andrea Petrovich.

Molte voci nell'altra stanza si acquetarono tosto.