— Farò come desideri.

Questa sublime semplicità lo scosse.

Ma invece di rassegnarsi a quella vita, egli se ne crucciava ogni giorno più. Poi gli morirono il padre e la madre; dovette prendere un altro diacono, mutare il sagrestano. Quando tutti questi cangiamenti furono compiti, egli avvallò nella più desolata misantropia. Aveva esaurito ogni eventualità della vita; d'ora innanzi che cosa potrebbe più accadergli in quell'esilio dal mondo? La morte della moglie? I canoni gli impedirebbero allora di prenderne un'altra; solamente per una benigna e recente interpretazione gli si permetterebbe di seguitare nell'esercizio della parrocchia. Ma egli se ne andrebbe piuttosto, non sapeva dove, ma fuori della Russia, a morire almeno non prete, libero come tutti gli altri uomini.

Col nuovo diacono si vedevano il meno possibile. E siccome in Russia il sacerdozio è interdetto ai diaconi come il vescovado ai pope, quegli era al solito un chierico non passato agli esami, e condannato quindi tutta la vita al servizio subalterno dell'altare. Era di piccola statura e di poca voce, coi capelli crespi e la faccia terrea; si chiamava Popiel. Nicola fiutando in lui un nemico, n'ebbe quasi piacere, per battagliare almeno con qualcuno, ma l'altro si mostrò quasi servile, e rimase scapolo.

Nicola viveva nella piccola casa, rifabbricata dal padre coi propri danari, a fianco della chiesa. La casa in legno aveva una stalla per la vacca, della quale il latte era un gran sollievo per la famiglia; ma, segno di vera miseria, Nicola non teneva cavallo. Quindi, allontanandosi dalla chiesa, doveva chiederne uno a qualche contadino.

Quanto al padrone del villaggio, assente da molti anni, Nicola si ricordava di averlo visto solo due volte da fanciullo; era un signore, il principe Khovanski, discendente di Guidemino, dell'antica casa di Lituania nota in Europa sotto il nome dei Iagelloni, nobiltà di primo ordine, la sola capace di lottare con quella dei discendenti di Rurik. Era celibe e ricchissimo. Possedeva nel paese quarantamila ettari, così, che per ispezionare tutte le proprie terre, doveva più volte mutare di cavalli; ma non vi aveva soggiornato che a grandi intervalli. Il vecchio pope si era sempre lagnato de' suoi modi soldatescamente aristocratici. Giammai era stato ricevuto al castello, nemmeno per pasqua, quando faceva il giro di tutte le case benedicendo; non gli si lasciava oltrepassare il vestibolo, ove i servitori sguaiati gli offrivano la vodka, gettandogli nel paniere l'elemosina.

Nullameno il vecchio pope non aveva mai smesso quella pratica, e perchè l'elemosina del principe era la più abbondante, e per non attirarsi con un atto di ribellione la sua inimicizia. Nicola invece, profittando dell'assenza del padrone, si era contentato di mandare solamente il diacono a benedire il castello, sebbene se ne fosse mormorato nel villaggio; ma l'intendente non glie ne aveva detto parola.

Nell'immenso fermento ideale suscitato in Russia dalle dottrine di Hegel, questi sembrava esservisi sostituito a Napoleone, spostandola nuovamente dalla sua base storica. Un inconsolabile dolore occupava allora l'anima russa. Dopo che Napoleone aveva sommosso colle proprie legioni tutta la terra russa, Hegel ne aveva, col proprio pensiero, mutato il cielo. Nei circoli intellettuali non si poteva più essere russi che negando ogni valore al passato per scagliarsi attraverso l'Europa, ad un avvenire ancora troppo lontano per l'Europa stessa.

Nicola si era slanciato sull'hegelianismo come un areonauta, che abbandonando la terra vi getta appena uno sguardo per misurare tutta la distanza già percorsa; ma se nel fervore del primo entusiasmo aveva creduto alla nuova dottrina colla fede di un neofita, presto il freddo di tutte quelle astrazioni lo sorprese. Il suo pensiero russo soccombeva al giuoco di quella dialettica, insopportabile a forza di essere invincibile, e che dissolveva ogni realtà della vita in una serie di controposizioni teoriche. Siccome per Hegel il dolore era un'ombra, attraverso la quale l'anima doveva passare per essere più bianca, Nicola sentiva così degradati tutti i propri patimenti. Perchè soffriva egli dunque tanto, se ogni punto della vita non era che un passaggio, e la verità e la felicità erano solo nella coscienza intellettuale di tutti questi trapassi? Egli si ribellò. Come un areonauta assalito nell'etere più puro dalla nostalgia della terra, lacerò il proprio pallone per ricadervi almeno cadavere.

Quindi da Hegel precipitò su Schopenhauer, concependo il mondo come una demenza della volontà divina, che il pensiero poteva interrompere colla propria morte. Questo nuovo sistema, allora nella massima voga, lo ubbriacò di dolore e di vanità. La sua prima ribellione al cristianesimo, dietro le critiche di Feuerbach e di Strauss, non gli parve più che ben piccola; altre rivolte gli si accesero in cuore, altri odi lo sollevarono terribilmente in alto contro tutte le autorità della terra. Se la vita era naturalmente infelice, tanto peggio per essa; ma perchè era anche socialmente sventurato? Perchè alcuni profittavano di tutti i suoi pochi beni, spingendo la miseria degli altri fino alla morte? Quantunque segregato dal mondo, col quale comunicava mediante libri e giornali, e gli uni e gli altri gli erano prestati da un condiscepolo d'Accademia, divenutovi professore, egli sentì la nuova tormenta. Qualche gran cosa si preparava nella storia. Mentre il volgo innumerevole dei mugiks seguitava a vivere nella stessa brutalità millenaria, quanti in Russia pensavano erano in preda agli spasimi della concezione. L'incredulità, già secolare nell'aristocrazia, era discesa nella classe dei mercanti; nessuno credeva più a nulla. Il governo era appena un'amministrazione, nella quale si entrava per la paga, l'ortodossia non serviva più che alla superstizione delle plebi rusticane, la filosofia stessa si sgretolava sotto i colpi della scienza. Darwin, alla testa di tutti i grandi naturalisti, dissipava i vecchi sistemi ideali; bisognava vivere nella natura, profittando di ogni sua risorsa, cancellando nella sua eguaglianza tutte le differenze sociali. I poeti cantavano già dinanzi alla rivoluzione, come gli alcioni prima della tempesta: Ogareff e Negrassof gettavano sospiri ed imprecazioni, Lermontoff era morto tragicamente, Hertzen da Londra col suo Kolokol, la campana, suonava i vespri della vecchia società; Tcherniscevskj, maggiore di tutti, povero figlio di pope, riunendo la scienza di Proudhon all'eloquenza di Lassalle, scrollava i cardini dell'impero e di tutta la vecchia economia. Il suo romanzo «Che fare?» in risposta a quello di Hertzen «Di chi la colpa?» era diventato il vangelo della nuova generazione. E Tcherniscevskj era stato deportato in Siberia: tanto meglio! I martiri abituano i timidi alla morte.