Pochi minuti dopo il principe udiva tintinnire la campanella della droiska lanciata vigorosamente a tutta carriera. Tatiana si ritirò nella propria camera. Il pomeriggio era cominciato da poco; fuori, nel sereno della giornata freddissima, la luce della neve abbarbagliava. Il principe rimase lungamente alla finestra in una meditazione, che di quando in quando gli traeva sul volto nuvole fosche. La sua veste da camera di seta cinese, a larghi fiorami vividissimi, rendeva col contrasto anche più malata la sua fisonomia di vecchio; portava in testa un berretto ricamato, dono di Tatiana.

La voce di questa lo riscosse.

— Siete ancora lì.

Nel suo accento non v'era che una curiosità benevola. Aveva mutata la veste per un abito di un rosso cupissimo a merletti neri, corto che le lasciava scorgere le scarpine dal tacco alto, di pelle bronzata, e scollate. Una sottile freccia color d'oro le saliva per le calze di seta nera perdendosi sotto le gonnelle.

Sedette negligentemente e prese un giornale.

— Che avete dunque quest'oggi? gli domandò.

Il principe sentì l'agguato in questo attacco; invece di rispondere venne a sedersele vicino, ma entrando così nel raggio della sua bellezza tutta la sua risoluzione si sciolse. Non gli rimaneva più che un'idea limpida ed irresistibile, la necessità di un'ultima spiegazione con Tatiana, però ella stessa evidentemente vi si era preparata.

— Quando vorrete partire per Pietroburgo? le chiese scioccamente, non sapendo come incominciare.

— Ma, non lo so; l'inverno non è che a mezzo, avremo sempre tempo di arrivare agli ultimi balli. Resterete ancora al castello?

— Aspetto i vostri ordini.