— Fate, gli aveva risposto freddamente Nicola.
Dopo queste parole era stato gettato nelle carceri del vescovado; l'indomani nel secondo interrogatorio, Nicola aveva sputato in faccia al vescovo. Era la fine. Il mese seguente partiva per la Siberia, condannato a dieci anni nelle mine, e moriva in viaggio.
Nel villaggio di Kourlak la notizia di questo processo, divulgata da Popiel, aveva prodotto un'altra catastrofe; Maria Alexewna, prevedendo la condanna del marito, aveva tentato di dar fuoco alla chiesa, e si era suicidata gettandosi dalla finestra a capofitto nella neve.
II.
Il principe Anatolio Lukitch Kovanski si era ritirato nel proprio castello di Kourlak per un dispetto di corte. Malgrado una vita di grandi dissipazioni aveva conservato, caso abbastanza raro in Russia, quasi tutte le proprie ricchezze; ma disinganni di ogni fatta, il celibato e la vecchiaia, gli avevano sciupato il carattere, già bizzarro di per sè stesso. Adesso non gli rimaneva più che una nipote, Tatiana Paulowna Neginski, unica figlia di una sua unica sorella, morta vedova qualche anno prima.
Egli aveva raccolto con piacere la fanciullina, finendo naturalmente per innamorarsene. Tatiana cagionevole di salute, era già troppo alta per i suoi tredici anni, magra, quasi cerea; aveva i capelli di un biondo ardente e gli occhi di un cilestro pallidissimo. Con Tatiana erano venute al castello due vecchie cameriere e una istitutrice francese; al resto dell'istruzione il principe pensava di provvedere da sè.
Cresciuto sotto il regno di Nicolò, egli se ne ricordava ancora come di un lungo inverno politico, che avesse congelato la vita russa. Tutte le speranze suscitate dal misticismo di Alessandro I, il sentimentale amico di Madama Krudener, erano state a poco a poco distrutte dal ghiaccio di una politica, che concepiva l'ordine nell'immobilità, e l'adesione dei sudditi nel silenzio. Ma appunto allora era cominciato nella coscienza russa quel fermento ideale, che doveva rinnovellare l'impero secondo lo spirito dell'Occidente. Poi Nicolò era morto, e con Alessandro II le idee riformiste avevano ripreso il sopravvento. Il principe Kovanski, tenutosi sino allora in disparte, sperò una rapida ed illustre carriera politica. Anzitutto conosceva abbastanza bene la Russia, e si sentiva così onestamente liberale da meritare il potere nell'interesse di tutti; ma combattuto dal Santo Sinodo e dalla Terza Sezione rispose troppo imprudentemente, aumentando il numero dei proprii nemici. Alessandro II, sul carattere del quale calcolava, titubò al solito nel sostenerlo. Allora, gettandosi all'opposizione temperata, divenne amico di Milutine, di Samarine e più specialmente del principe Tcherkvassky, il grande terzetto, che doveva dopo infinite lotte imporre a tutta la Russia l'emancipazione dei servi.
Ma il principe Kovanski non vi ottenne la parte che desiderava; già le sue idee non combinavano con quelle dei triumviri, essendo al tempo stesso più rivoluzionarie e più conservatrici. Egli avrebbe voluto concedere subito ai contadini minore quantità di terre, ma senza riscatto, ed organizzare per la borghesia mercantile, e per la aristocrazia a mezzo spodestata, una costituzione con un parlamento ed un senato elettivi. Il popolo, siccome analfabeta, non vi avrebbe partecipato. Senza tale costituzione ogni riforma conchiuderebbe fatalmente ad una lustra, mentre la concessione delle terre ai contadini, coll'obbligo di pagarle in comune, li avrebbe resi più schiavi del mir, che non lo fossero prima dei padroni.
Poi si lusingò di essere assunto, come generale di divisione, al ministero della guerra per la riforma dell'esercito e dell'armata, chiaritisi così male in arnese alla guerra di Crimea. Egli, slavofilo ardente, che sognava per la Russia un primato storico, ben maggiore di quello dei romani e degli inglesi, per iniziare l'ultima grande epoca del vecchio mondo contro la minacciosa rivalità del nuovo, credeva una tale riforma la più urgente fra tutte. Senza una forza guerresca, pari all'estensione dell'impero e al numero de' suoi abitanti, la Russia non potrebbe compiere la doppia missione di conglomerare nel proprio governo tutti gli slavi d'Europa, e d'insignorirsi nell'Asia di tutte le genti maomettane sino all'India. L'Inghilterra, potenza marittima, esclusivamente mercantile, aveva provato in quasi due secoli la propria insufficienza a risolvere il problema asiatico, riallacciando alla civiltà europea i popoli indiani, che ne erano stati i lontanissimi padri. Solo una potenza continentale, così grande da riassumere tutta la vita europea e così vergine da non trovare ostacoli nel proprio passato, poteva colla creatrice energia dei propri immensi contatti rinnovellare l'impero braminico. Così il principe Kovanski comprendeva la Russia.
Ma il principe non arrivò nemmeno al ministero della guerra; si dubitò del suo ingegno, si credette troppo alla sua onestà. Le riforme di Alessandro II, più piccole e più leggiere, scorrevano invece sulla superfice dell'impero senza fecondarlo. Egli già ritirato da qualche tempo all'estero, in una lettera al principe Tcherkvassky, definiva così lo Czar: