«Alessandro I era il dubbio nell'intenzione, Alessandro II è l'indecisione nel processo, solo Nicolò in mezzo a loro aveva potuto rappresentare la sicurezza della reazione.»
A poco a poco il suo spirito si falsò, mutandosi di slavofilo in pessimista. Nulla era più vero nella Russia, ne il governo, nè la rivoluzione, nè l'ortodossia, nè l'incredulità. L'emancipazione dei contadini, alla quale non aveva potuto cooperare, l'irritò. Durante l'estimo delle terre e le trattative del loro riscatto coi comuni, che componevano il suo vasto patrimonio, i mugiks gli apparvero anche più ignobili di prima. Non un orgoglio in essi, non un ideale anche lontano.
Adesso si occupava tratto tratto di agricoltura, inspirandosi ai modelli inglesi, senza poterli applicare per l'insufficienza degli uomini, ai quali era costretto di ricorrere.
Quando venne a stabilirsi nel castello, anche per consiglio dei medici, che credevano la vita dei campi più utile a Tatiana, avvenne appunto la catastrofe del povero pope e di sua moglie; il principe mandò Andrea Ivanovich, il vecchio intendente a prendere Loris, che fu trovato nella casa, accanto alla stufa spenta, col cadavere gelato della madre sulle ginocchia.
Tutto il villaggio era sossopra.
In poche parole Loris disse tutto al principe, le idee e la vita di suo padre, e quanto sapeva della sua morte. Il principe si commosse; Tatiana, sopravvenuta a mezzo il racconto, si rifugiò sbigottita fra le braccia dello zio, guardando Loris ancora così vestito di pelli di lupo, qua e là spelacchiate. Il ragazzo nullameno era bello.
Tatiana sussurrò all'orecchio del principe:
— Tienlo con te.
Questi, mostrandosi più affettuoso del solito, gli offerse tutta la propria protezione.
— Potrete aiutarmi a vendicarmi?