— Tu non credi in Dio, Loris?
— No.
— Già! tu sei quasi di casa con lui, essendo figlio di pope; nemmeno Andrea Ivanovich, il mio intendente, crederà in me. Però Dio è una delle più indispensabili invenzioni umane, dacchè nessun popolo ha saputo ancora farne a meno; mi permetterai dunque di dirti, che in faccia a Tatiana devi astenerti da ogni discorso ateo. Essa è donna, e senza Dio non potrebbe comprendere nè sè medesima, nè il mondo.
Loris non rispose.
— Capisco il tuo silenzio: vuoi dirmi che siccome anch'io ci credo poco in Dio, ho torto di allevare Tatiana nella menzogna. Ma tu non conosci la società: ora non posso in poche parole dartene la quintessenza. È necessario che una donna creda in Dio; mi farai dunque il favore di non parlarne con Tatiana. Non t'impongo nessuna ipocrisia, ma se assisterai alla messa, te ne sarò grato. Conto sulla tua parola.
Loris ne convenne.
Le lezioni del principe non andavano più in là di una stravaganza. Côlto nelle lettere e nella storia, non sapendo trovar modo d'insegnarla a loro, finiva quasi sempre col lasciare Loris e Tatiana leggere e commentare gli autori alla loro maniera; d'altronde nel suo grande disprezzo per la letteratura nazionale accettava appena Soloviev come storico, e Tolstoi come romanziere. Per imparare la Russia non v'erano secondo lui che i libri esteri di Vallace e di Ralston, di Légèr e di Rambaud, di Haxthausen e di Le Play; tutte le opere degli slavofili, da Komiakof ad Aksakof, da Kostomarof a Katkof, sembravano scritte da maggiordomi dimentichi dell'imbecille tirannia del padrone nel fare l'elogio delle sue tenute.
Laonde tornava sempre alle matematiche, che aveva imparato seriamente da giovane all'Accademia militare. Loris vi si prestava di buon grado, ignorandole quasi del tutto, mentre Tatiana finiva coll'attirarsi per punizione qualche problema, che l'altro le risolveva.
Tatiana aveva già fatto perdere a Loris quanto gli rimaneva di selvatico, apprendendogli come stare elegantemente a tavola, e presentarsi, salutare, tacere, tutti quei piccoli usi mondani, che compongono la grande educazione signorile, e hanno tanta importanza nella fortuna della vita. Poi Loris aveva presto compito la propria educazione. Il principe stesso gli aveva insegnato a tirare di spada e di pistola; il primo cocchiere, un cosacco che aveva fatto il jockey, lo aveva messo a cavallo. Sulle prime Loris si sentiva umiliato dalle loro rudi osservazioni, ma presto il suo coraggio e la sua agilità gli meritarono elogi. Allora gli si sviluppò la passione delle armi e dei cavalli. Tatiana, alla quale giovandosi della reciproca simpatia, era riuscito a persuadere i medesimi esercizi, ne migliorava in salute; essa dal canto proprio gli insegnava invano la musica. L'istitutrice, vecchia dama francese di nobile famiglia, era scandalizzata dell'insensibilità di Loris, mentre il principe, sempre più affettuoso verso il ragazzo, ne sorrideva.
— Sarà più uomo: la musica non serve che alle donne, per consolare la loro impotenza.