Gli voltò le spalle, raccolse il berretto, ed uscì senza guardare nè Vaska nè il vecchio Andrea. Ma appena fuori del gabinetto le forze l'abbandonarono, e i muscoli della sua faccia si distesero.

Passando pel cortile il rumore di una finestra gli fece alzare gli occhi; comparve il viso ridente di Tatiana, che gli fece cenno di salire per raccontarle la scena. Ella rideva sempre.

Loris si fermò. Tatiana, spaventata dall'espressione del volto di lui si gettò indietro.

Quella sera Loris dormì nell'isba di Andrea Arsenief; l'indomani ne partì per sempre, e il mugik gli disse salutando colla sua voce buona:

— Dio ci abbandona qualche volta, perchè vuole che noi lo cerchiamo.

III.

Per tre anni Loris condusse la vita più vagabonda.

Egli stesso più tardi non avrebbe osato raccontarla tutta, malgrado la crudità dell'orgoglio, col quale metteva come una sfida in ognuno dei propri eccessi; ma pellegrinando dai toundras gelati del nord ai deserti ardenti del mar Caspio, dai laghi a vasche di granito della Finlandia alle tepenti terrazze di Crimea, dalle steppe immense come il pensiero alle foreste più lunghe di ogni pazienza, e nelle quali i tronchi bianchi delle betulle e le colonne ramee dei pini sembravano soffrire quanto gli uomini per la inclemenza del cielo; discendendo i fiumi, pei quali la storia passò come per una grande strada, e che alimentano ancora colla propria pesca tanta parte del vasto impero; mescolandosi ai pellegrinaggi dei mugiks verso le catacombe dei santi più gloriosi, o associandosi ai banditi percorrenti malgrado la sorveglianza spietata della polizia ogni provincia colla falsità di tutti i mestieri e la facilità di qualunque delitto, viaggiò come Rakhmetof, l'eroe prediletto di Tchernicewsky, attraverso tutta l'anima russa.

La sua cultura aiutata da una meditazione, che quell'esilio spirituale rendeva più intensa, gli scopri molti segreti della vita e della storia nazionale. Indovinò dall'opposizione delle steppe colle foreste la lotta secolare fra le due metà della Russia, il nord sedentario e il sud nomade, tra il russo ed il tartaro; sentì la fatalità del primo stato moscovita, cinto da una barriera naturale di selve e di là straripante sulla steppa, ove pastori ed agricoltori vagavano nel primo inconscio atomismo sociale; comprese il lento procedere della civiltà per questo impero, di cui ogni provincia è un regno, e nel quale le città sorgono ad immense distanze sulle campagne sommerse dalla propria immensità, ma sopratutto sofferse e vide soffrire ogni varietà di miseria con quella rassegnazione russa, che nè il clima potè mai vincere, nè il dispotismo stancare. Il popolo, preoccupato solo di vivere, accettava qualunque condizione naturale e politica; il suo socialismo agricolo, anzi che da un'idea sociale, derivava dal sentimento del primo gruppo domestico reso inscindibile dalla necessità della guerra incessante alla natura; la sua religione, bizzarro miscuglio di tutti i paganesimi, aveva tuttavia una idealità inestinguibile di giustizia terrena. Il popolo viveva mestamente. Le sue canzoni cadevano come lagrime sonore lungi per le steppe nel silenzio dei tramonti, quando il sole invece di sparire sembrava allontanarsi per l'infinito della pianura, come la lucerna di un pellegrino, e le ombre della notte precipitavano compatte dal cielo. Il popolo non aveva nè un'idea politica, nè un presentimento sociale. La facile isba fabbricata colla scure, e che il fuoco deve divorare inevitabilmente dopo pochi anni, era come una tenda piantata nella steppa, dalla quale gli giungevano sul soffio silenzioso del vento gl'inviti di un viaggio senza meta e senza scopo. Perchè restare come un punto immobile nello spazio? Ma lo Czar delle foreste moscovite aveva con un ordine incatenati i mugiks alla gleba, servendosi delle loro abitudini socialiste nel comune per ribadire loro la catena. Adesso solo i cosacchi erano nomadi, mentre i contadini attendevano colla pazienza dei prigionieri di essere vecchi, e quindi liberi da tutti i debiti comunali, per abbandonare il villaggio e partire pellegrini col bordone e la bisaccia magari verso Terra Santa, ove era morto un redentore senza poterli redimere. Liberi come il vento sui prati ed instabili del pari, i cosacchi vivevano in piccole repubbliche senz'altro statuto che il cavallo; questo era per loro l'ozio e la libertà, il coraggio nella battaglia e l'ebbrezza continua nella pace. Correre, sfuggire persino a sè stesso, sul piano ove il verde è infinito come l'azzurro del cielo, non avendo altro padrone che il capriccio e altra virtù che l'indipendenza, ecco la vita! Essi accettavano lo Czar come il maggiore degli Etmani, il generalissimo della loro cavalleria. Ma nemmeno essi pensavano. Perchè diventerebbero civili, se la civiltà costringe l'uomo a sedersi per sempre, lavorando colle mani o colla testa, per crearsi prima un bisogno e poi un comodo, sino a soccombere sotto uno sciame di problemi pungenti e velenosi quanto i calabroni della steppa? Nell'immenso impero russo i cosacchi erano adesso l'estrema poesia selvaggia, mutata dalla raffinata barbarie del dispotismo czaristico in una bestiale prosodia, giacchè gli ultimi manipoli della loro orda antica, ridotti nelle città a gendarmeria, riscattavano dal governo il privilegio della propria indipendenza col servire agli abusi della sua forza.

Oggi i cosacchi, una volta così efficaci nella storia russa, non sono più che una varietà della sua vita; altri popoli più selvatici di loro furono aggregati all'impero, e vi accampano come prigionieri, che l'impossibilità della rivincita mutò gradatamente in servi o in coloni. Interi regni turchi sono ora provincie russe; Kirghiz Mussulmani e Kalmouks buddisti macchiano della propria presenza l'ortodossia russa, conglomerati nel governo imperiale, di cui sentono solamente la forza. E l'impero dilaga nell'Asia. Tutte le religioni, le civiltà, le barbarie e i climi hanno la propria zona nell'impero russo; gli ebrei addensati nella Polonia vi soffrono di una schiavitù più atroce della polacca; sulle altezze impervie del Caucaso, ove l'umanità trovò la sua massima bellezza, gli antichi villaggi indipendenti ripensano ancora nel silenzio dell'oppressione le gesta di Schiamil, il loro ultimo eroe; sulle sponde del mar Bianco, nel regno eterno dell'inverno, gli uomini passano come fantasmi, e vivono sotterra come animali. La Russia è più che metà dell'Europa, la Siberia è quasi metà dell'Asia.